Caro amico cane, il miglior nemico della solitudine

In «La mia vita con Phil» di Michelle Herman una rilettura del millenario rapporto tra l’uomo e «Fido»

Jill è una donna non più giovane ma neanche vecchia. Insegna scrittura creativa all’università, non a New York di cui è originaria, ma in un freddo paesino del Mid-West, che non ama. Vive da sola concedendosi pochi lussi essenziali: belle scarpe, un buon bicchiere di vino, qualche prelibatezza. È una poetessa che da tempo non pubblica un libro, pur continuando a lavorare all’opera della vita. Ha un rapporto difficile con la madre, un’anziana vedova che riesce a spassarsela molto meglio della figlia, di cui condanna la sciatteria e la trasandatezza da patetica contestatrice stagionata.
Insomma, Jill è il prototipo della zitella, un po’ bisbetica, austera, incapace di legare con gli uomini o di allacciare relazioni amichevoli con le colleghe. Fredda e distante anche dai suoi alunni, che la chiamano - ironicamente - «Sua maestà».
Un giorno però la vita della donna subisce uno sconvolgimento totale. È il caso a irrompere nella sua esistenza: il cortocircuito di alcune catene casuali che si incontrano sovrapponendosi. L’insegnamento in una città del Mid-West: un’occupazione casuale in un luogo dal quale è stata scelta, piuttosto che il contrario. Lei resta sempre una poetessa, non un’insegnante... L’abitudine, vagamente consolatoria, di bere vino ogni sera. L’altra, ormai non recente, di dormire da sola.
Sono queste coincidenze, favorite dal vino e certo dalla solitudine, che una sera la spingono a digitare su Google la parola «adozione». È il caso che fa apparire, non una lista di bambini in attesa, ma un elenco di animali adottabili. Adesso, senza saper bene come, Jill è proprietaria di un cane. Di Phil. Proprietaria... Troppo colta e intelligente per non capire subito che non si è proprietari di nessuno. Al massimo si vive con... Può capitare, quasi senza accorgersene, di trovarsi a vivere per, o grazie a... Non c’è proprio nulla di male. Ora Jill non dorme più da sola.
Questa, in sintesi, la storia di La mia vita con Phil (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 130, euro 15,50; traduzione di Fenisia Giannini), romanzo di Michelle Herman, scrittrice americana per la prima volta tradotta in Italia.
L’argomento è ad altissimo rischio retorico, ma Herman non cade in trappola, confezionando un piccolo libro perfetto (peccato per i troppi refusi dell’edizione italiana). L’autrice disegna un ritratto alto e crudele di una donna sola, con le sue fragilità, ma anche con la nuova forza che deriva dall’incontro con Phil. Dal quale Jill impara «il genere di pazienza che non aveva mai avuto con un essere umano». No, non è che i cani siano migliori degli uomini (tranne i miei, s’intende...). È che rendono migliori gli esseri umani, perfino nei rapporti coi loro simili. Anche nei casi disperati come Jill. Herman lo sa e lo ha raccontato benissimo.