Caro assessore, non c’è cultura solo a sinistra

Il politico liberale, a differenza di quello di sinistra, quando assume una carica amministrativa cerca i propri collaboratori indipendentemente dalle tessere di partito che hanno in tasca, ma sulla base delle competenze. Spetta poi alla persona cooptata da una parte politica che non è la sua, valutare in coscienza e in coerenza con la propria storia, se accettare o meno l’offerta di collaborazione.
Poi, però, il politico che si richiama a principi liberali è bene che faccia anche un altro passo, e cioè quello di non escludere dalla sua cerchia di collaboratori coloro che appartengono all’area politica e culturale di centrodestra, a cui egli stesso si richiama. L’esclusione non solo apparirebbe stravagante, ma sarebbe anche un segnale di fragilità psicologica prima ancora che politica e culturale.
Milano ha una lunga e importante storia in cui la tradizione liberale riformista è stata decisiva non solo per le sorti della città, ma per l’intera vita nazionale. Un amministratore che rivendica questa tradizione ha l’obbligo civile di difenderla e sostenerla, proprio perché altri, più giovani di lui, possano un domani, proprio come lui ora, lavorare nella direzione del coinvolgimento delle competenze e non nell’arroccamento politico.
Cercare nomi prestigiosi nell’area di sinistra, senza tener conto di quel patrimonio politico e culturale che ha consentito l’affermazione di una precisa realtà politica nella città, è una captatio benevolentiae modesta e soprattutto inutile, non mostra solidità ma debolezza amministrativa.
Inoltre, anche se la legge stabilisce che l’assessore è nominato dal sindaco e a lui deve render conto, è anche vero che sia l’uno che l’altro non lavorano per una fondazione o qualche istituzione privata, ma per la città. E la città ha i suoi rappresentanti in consiglio comunale, il quale è caratterizzato da una maggioranza e da una opposizione, ed è la maggioranza che sostiene l’azione del sindaco e degli assessori.
Dunque, un assessore liberale che compie un gesto consono alla propria cultura, allargando a persone della sinistra la cerchia dei suoi collaboratori, deve discutere, riflettere con la propria maggioranza sulle ragioni delle proprie scelte, ponderare i nomi e le quantità, e proprio perché è un liberale non può imporre le sue decisioni dall’alto e per autorità alla maggioranza che lo sostiene. Se così fosse, il controsenso con la propria conclamata cultura liberale è evidente e, ancora una volta, sarebbe un segno di debolezza politica di cui la maggioranza stessa non potrebbe non tenere conto. Infine, una questione di merito sulla politica culturale a Milano.

La città non ha bisogno di provocazioni, ma di programmazione. La sua cultura è viva: ha una rete museale tra le più importanti ed efficienti in Europa; ha cinque grandi istituzioni culturali da sostenere e potenziare. La Scala, il Piccolo Teatro, il teatro Parenti, la Verdi, i Pomeriggi Musicali: possono avere alti e bassi, ma comunque i loro bassi toccano livelli di qualità invidiati da chi sa cosa significhi fare cultura e quanto sia difficile proporre programmaticamente la continuità dell’offerta culturale, al di là di facili scorciatoie nell’effimero e in banali provocazioni.