Caro Bazoli, anche le banche fanno politica

Caro Bazoli,

ammetto di essere stato un po' crudo nel giudicare ipocrite le prese di distanza degli azionisti della Rcs-Giornali, compresa la banca da Lei presieduta, dalle coraggiose, oneste e corrette dichiarazioni «di schieramento» del direttore del quotidiano Corriere della Sera, l'amico Paolo Mieli.
Ma Lei mi permetterà, per la stima altissima che ho per Lei e per l'amicizia che, anche per motivi ideali, ci lega, che io Le scriva per dirLe che, non certo ipocrita per quanto La riguarda, ma astratta mi sembra essere la Sua posizione rispetto alla neutralità delle proprietà sull'indirizzo dei giornali, e sul fatto che le banche non facciano politica, e che, ohibò!, con le banche non si faccia politica!
In una democrazia su base economica capitalistica quale è la nostra (che poi da noi non ci sia reale libertà di mercato, perché capitalismo e mercato libero non sempre coincidono è un'altra cosa!), il «dominium» democratico su un giornale è costituito, in regime di libertà «formale», da un «triangolo»: proprietà, direttore e redattori, nei casi concreti vi è o un concorso, anche se non perfettamente eguale, di tutti e tre i poteri, o un concorso non eguale dei tre. Tenga conto che nella liberale Inghilterra quando il suo assistente per la comunicazione consigliò a Sir Winston Churchill di contattare il direttore di un giornale per ammorbidirne la linea nei confronti di un suo governo, egli rispose con sdegno: «Il Primo Ministro del Governo di Sua Maestà Britannica non parla con i direttori, ma con la proprietà!». Io non sono certo Winston Churchill, e l'Italia è molto meno liberale, a dir poco! dell'Inghilterra, ma se io debbo lamentarmi di qualcosa mi rivolgo al direttore e non alla proprietà. Aveva ragione Winston Churchill e faccio male io? Sinceramente, non lo so, ma io sono liberale mentre Churchill era conservatore.
Realisticamente, neanche ad un direttore ed una redazione, la più «indipendente», si può chiedere di violare il limite proprio della proprietà di tipo capitalistico, costituito dall'interesse o dagli interessi economici o di altro tipo, della proprietà stessa. Così nessuno può pretendere che La Stampa parli male della Fiat Auto, il Corriere della Sera delle scarpe Tod's o delle cucine Merloni Spa, o della Società dell'Ing. Ligresti & Co, il giornale Il Tempo della impresa Bonifaci, ed Il Giornale si schieri contro Fininvest e Mediaset!
In realtà, aveva forse ragione quello spirito bizzarro che disse una volta che i soli giornali veramente «liberi», sono i giornali dei partiti politici, delle comunità religiose e dei sindacati, perché in essi vi è naturale identità di orientamento tra proprietà, direttore e redattori. E forse in una democrazia perfetta il diritto di pubblicare i giornali dovrebbe essere limitato solo a questi soggetti, ed anche naturalmente alle cooperative di giornalisti! D'altronde io so che quanto scrivo in questa lettera Lei, per la Sua sensibilità politica e per quella che avrebbe potuto essere la Sua funzione nel governo del Paese - dico funzione in senso istituzionale, perché funzione nel governo reale del Paese Lei la esercita, e come! -, deriva anche da ciò che di Lei affettuosamente mi disse l'amico Nino Andreatta quando Forza Italia vinse le elezioni del 1994. Quando chiesi a Nino Andreatta, in una cena all'Hotel Majestic, se noi, già della sinistra della Democrazia cristiana, dovessimo fare la destra della sinistra o la sinistra della destra, egli mi disse che il nostro ruolo era quello di fare la sinistra di una destra conservatrice democratica. Aggiunse poi che forse solo lui sarebbe stato il più idoneo a guidare un partito conservatore democratico, alla britannica (mi citò anche come esempio un cancelliere dello scacchiere di un governo conservatore britannico, di cui però non ricordo il nome), contro il moderatismo di Silvio Berlusconi, perché Silvio Berlusconi non era a suo avviso né un politico né un conservatore democratico, ed aggiunse che egli doveva però riservarsi per tempi di maggiore stabilità, e che la persona più idonea per guidare uno schieramento conservatore democratico di centro non erede neanche in parte dei comunisti, ma che contrastasse l'avanzata di Berlusconi, sarebbe potuto essere Lei, ma che avendoglielo egli richiesto, Lei aveva opposto un netto rifiuto, indicandogli come suo sostituto l'amico Romano Prodi. Ciò significa che Nino Andreatta, uomo di fantasia, ma anche di forte realismo politico - io fui il primo, neanche Aldo Moro mai lo fece, a nominarlo ministro, capo di un dicastero economico -, considerava Lei un possibile leader politico: in questo non sbagliò, ed anche un possibile leader in un governo istituzionale, ed in questo sbagliò, perché Lei scelse di «fare politica» in modo diverso da me e da Nino Andreatta.
Per quanto riguarda il Suo asserto, a dire il vero almeno utopico, che le banche non fanno politica, e che con le banche non si fa politica, osservo che io, che un po' «marxiano» sono, ritengo che la sua affermazione non corrisponde né abbia mai corrisposto alla realtà!
Le «banche per bene», e la Sua lo è - perché Lei altrimenti non accetterebbe di essere il Presidente -, nel «fare politica» o nell'essere utilizzate «per fare politica», debbono avere un limite: osservare nel loro agire le norme giuridiche e le regole della buona amministrazione; ma, con la discrezionalità che sempre entro questi limiti esiste, esse possono legittimamente fare politica. La Banca Commerciale Italiana fece politica finanziando il Partito d'Azione e dando il primo finanziamento, sulla parola, per quel giornale che poi cercò di diventare anche «partito», e cioè La Repubblica di Eugenio Scalfari.
Dovendo scegliere, nella necessaria limitatezza di mezzi, se finanziare alle stesse condizioni di redditività e certezza, tra una impresa radio-televisiva di indirizzo contrario o di indirizzo favorevole alle preferenze politiche o ideologiche del «triangolo di dominio», o del vertice di esso, è legittimo e naturale che si scelga l'impresa il cui indirizzo politico, religioso e culturale si preferisce.
Non penso che Lei, cattolico, a parità di condizioni, e dovendo scegliere in una determinata limitatezza di mezzi finanziari, tra una società della Diocesi di Milano che abbia come scopo quello di costruire chiese ed oratori, e una società di proprietà del Grande Oriente d'Italia che abbia come scopo quello di costruire templi massonici, non scelga la seconda e scelga invece la prima!
La grande rivoluzione liberale e parlamentaristica inglese operata dal nascere e dall'affermarsi del partito «wigh» (i cattolici Lord Acton e Hilaire Belloc, furono entrambi «wigh», uno «pari» del Regno Unito e l'altro deputato alla Camera dei Comuni), furono sostenuti e si avvalsero largamente delle grandi e moderne banche commerciali e d'affari, contro le banche tradizionali e «vecchie» legate ai «tories», il cui potere si basava sulla grande proprietà terrena, i «borghi putridi» ad essa legata, e la difesa del «protezionismo».
Sono amico di Silvio Berlusconi, ma non sono di Forza Italia, e sono amico di Romano Prodi, ma non sono della Margherita.
Non credo che vi sia nulla di offensivo se io affermo, cosa che è nota a tutti nel mondo politico e finanziario, che legittimamente la proprietà del Corriere della Sera, compresa Banca Intesa, è sulla linea politica del direttore Mieli, «a favore» dell'Unione e, per dirla «schmittianamente» contro la Casa delle Libertà. Così, come non è offensivo dire che sulla stessa linea sono chiaramente anche Unicredito, il cui amministratore delegato, mio amico, è andato spontaneamente ed apertamente a votare per Prodi nelle «primarie» dell'Unione, ed ora forse lo diventerà anche Capitalia...
Come è falso che la religione sia una sovrastruttura dell'economia (ricordo a proposito il bel discorso di Palmiro Togliatti a Bergamo), così è falso che i poteri economici, e quindi anche le banche, siano indipendenti dalla politica o che la politica sia indipendente da loro.
Negli Stati Uniti d'America, che io ritengo sia forse l'ultimo rifugio dei valori del tramontato Occidente, il partito repubblicano ed il partito democratico sono entrambi due «partiti del capitalismo», ma di due «capitalismi» diversi: e banche, industrie, affari, sono parte della e nella politica, schierati con l'uno o con l'altro partito.
Se io fossi «berlusconiano», lo direi, se io fossi «prodiano» lo direi; ma la mia storia, o meglio cronaca, politica, è troppo legata alla Prima Repubblica, perché io, ancora e sempre democratico cristiano, pur amico sul piano personale di entrambi, possa dichiararmi di essere l'una o l'altra «cosa». Un severo amministratore delegato di una grande banca, quale è l'Unicredito, ha dichiarato con il suo comportamento di essere «prodiano». Non comprendo proprio perché Lei si debba adombrare se viene giudicato sostenitore di Romano Prodi e dell'Unione, e si afferma che la banca di cui Lei è presidente, azionista della società editrice del Corriere della Sera, condivide la linea politica onestamente e coraggiosamente dichiarata dal direttore di esso, l'amico Paolo Mieli, da Lei giustamente, a suo tempo, sostenuto con successo quale suo candidato alla direzione del prestigioso giornale.
Con rinnovata cordialità e confermata amicizia.