Caro Benigni con i soldi che hai comprati l’Unità

La provocazione di Vittorio Sgarbi che del comico toscano dice: &quot;E' un leader, è di sinistra: scherzando su Berlusconi potrebbe ottenere un successo travolgente. E dunque lo spettacolo cominci e vinca il migliore. E viva l'<em>Unità</em>&quot;

Attenzione. Cos’è un leader politico? Come si riconosce. A destra lo vediamo. Ne ha tutte le caratteristiche: il potere manifestato anche nella ricchezza materiale, l’aspetto soddisfatto, il carisma, la capacità di seduzione e fascinazione che definisce, in modo inequivocabile le gerarchie. A sinistra la questione è più complessa: la leadership deve tener conto di diverse opportunità, pari e dispari, stabilendo un’oligarchia, che non può prescindere da una figura egemone, magari democraticamente eletta (a destra, invece, acclamazione, quindi non voto), ma prevalente, e riconosciuta tale: non autoritaria ma beffarda. In passato certamente fu Togliatti. L’ultimo, indiscusso, Berlinguer, ricordiamolo perché in un passaggio della sua storia popolare c’è l’annuncio del suo successore. I sette od otto che si sono avvicendati nel tentativo di abbattere Berlusconi hanno mostrato di non essere leader.
Da ultimo è apparso come una controfigura sofisticata e persino snob di Berlusconi, Soru, sonoramente sconfitto. Ed eccoci ora a Franceschini l’anti leader, bravo ragazzo, capace di ragionare, anche sottilmente, ma non di esaltare. Prima di lui Veltroni, che pure era popolare, fu liquidato da un retroscena più di ogni altro eloquente, un vero congedo. Ultimo giorno, conferenza stampa, molte televisioni sotto la sede del Pd. Si avvicinano alcuni ragazzini, incuriositi. Una scolaresca. Chiedono, si informano, ottengono risposta: «È Veltroni che annuncia la rinuncia alla segreteria del Pd». Sconcerto. Sguardi smarriti. Rapido sciamare del gruppo: «Ah! Credevamo fosse uno famoso». Qualche tempo prima Sansonetti, direttore di Liberazione aveva tentato di contenere l’indignazione di molti lettori di sinistra per la presenza di Luxuria all’Isola dei famosi incoronata vincitrice, come dopo regolari elezioni, fu riconosciuta leader perfino da Bertinotti reduce dalla bruciante sconfitta alle politiche.
Oggi si parla di Bersani, con la stessa schizofrenia che fece eleggere segretario del Pd Veltroni mentre governava Prodi. Queste sovrapposizioni denunciano la debolezza della leadership. E appaiono impensabili a destra, anche nei momenti di massima insofferenza di Fini e Casini, l’uno assorbito, l’altro estromesso. Impietosamente, quasi per una legge naturale. La questione a sinistra è aperta da molto tempo e fu platealmente denunciata in piazza Navona da Nanni Moretti. Fu un segnale. E Moretti aveva caratteristiche per essere leader, ma troppi limiti perfino caratteriali e connessi a una visione aristocratica. In realtà, e non so se l’avesse pensato, quella sua uscita indicava una necessità ineludibile, e forse persino un identikit che a me pare chiarissimo. Carisma, popolarità, comunicativa, visione dal basso, genuinità. Ecco, torniamo indietro, a Berlinguer, al momento in cui se ne intese tutta la forza nella fisica fragilità: quando lo prese in braccio Benigni. Ecco l’erede, il successore l’unico in grado di impensierire Berlusconi e piacere ai ragazzi che non si sarebbero stupiti di vedere telecamere per riprendere un suo discorso. Ma di incoronazione, non di dimissione.
Politico non è chi fa il parlamentare, il presidente di Regione, il ministro, l’assessore, politico non è la Zanicchi, la Carfagna o la Prestigiacomo, Galan o la Moratti, politico non è chi ha una carica, oltretutto non per capacità propria ma per nomina, come oggi tutti i parlamentari. Politico è chi fa politica. E Benigni l’ha fatta, eludendo ogni par condicio, scavalcandola in nome dell’arte e della comicità, oltretutto pagato. Andando da Biagi per sostenere Prodi, a due giorni dalle elezioni, dichiarando il suo orientamento di voto per Veltroni, non perdendo occasione per attaccare Berlusconi con l’alibi della satira. E oggi in tour mondiale, contrapponendo ancora al dio dantesco Berlusconi, il demonio, si rivela leader incontrastato e mondiale. Franceschini si muove come uno scolaretto, Benigni spopola. Sono certo che, dalla nomina di Benigni a segretario del Pd, Berlusconi sarebbe impensierito. Benigni, il vero Soru. Ma Benigni preferisce fare politica ed essere pagato per mezz’ora come un operaio in tredici vite: 350mila euro. Lui pagato perché non politico; la Zanicchi non pagata perché politico. Non è ridicolo? E chi potrebbe avere dubbi sull’orientamento politico di Benigni. La leadership è lì. Nell’essere riconosciuti, comunicando passione e piacere. Come non vedere l’inadeguatezza di Soru davanti a Benigni? Penso ai giornalisti dell’Unità che, in contrapposizione a Berlusconi lo hanno descritto sensibile, elegante, con le giacche di velluto a costa, sobrio, titolare di un’intelligenza e di una sensibilità civile e democratica rispetto al ridondante, compiaciuto, in doppiopetto Berlusconi.
Le pagine dell’Unità sembravano l’organo di un movimento religioso che contrapponesse il Bene al Male. Abbiamo visto com’è finita. Oggi i giornalisti che lo hanno spudoratamente incensato scioperano contro Soru. E magari avessero un padrone come Berlusconi che non ha mai fatto mancare nulla al Giornale di Montanelli. Il padrone democratico è il padrone cattivo. Minaccia di chiudere. Ma anche qui, e Soru ha dato l’esempio, Benigni non avrebbe problemi. Avendo guadagnato sei milioni di euro per leggere la Divina Commedia in 4 serate televisive (4) e avendo ottenuto milioni per ogni altra comparsa politicamente efficace, può senza difficoltà comprare le quote dell’Unità sufficienti a estendere l’azionariato del giornale e tenerlo in vita evitando cassa integrazione, licenziamenti e chiusura. Benigni è sinceramente di sinistra. Può salvarla. È un leader. Non dovrebbe costargli troppo acquistare quote dell’Unità: sarebbero sufficienti due serate dantesche televisive.
L’organizzazione del partito gli consentirebbe di continuare a essere lieve, di ironizzare, non fare la faccia finta seria e finta drammatica di Veltroni e Franceschini. Scherzando, sull’età, sulle donne, sui capelli di Berlusconi potrebbe ottenere un consenso, come ha già ottenuto un successo, travolgente. Che cosa potrebbe trattenerlo se non una troppo berlusconiana esosità, un amore per il denaro superiore alla sua fede politica e che incertezza potrebbero avere i militanti e gli elettori di sinistra dovendo scegliere tra Bersani e Benigni? Dal giornale dunque parta la candidatura per Benigni segretario del Pd e futuro premier. D’Alema, Bersani, Rutelli, Franceschini, Rosi Bindi, Veltroni potranno affiancarsi a lui nella campagna elettorale e avere i ministeri. Ma non possono non riconoscere che la vittoria di Berlusconi è stata quella di un grande dilettante, di un non professionista, di un grande comunicatore. Così ha vinto. Ma è l’identikit di Benigni. E dunque lo spettacolo cominci e vinca il migliore. E viva l’Unità.