Caro benzina, paghiamo l’8% in più in un anno

Rispetto a ottobre 2006 ammonta a 5,50 euro la differenza di prezzo del pieno per una vettura di classe media. Gli ultimi ritocchi, motivati dalla corsa del greggio, hanno portato il carburante a costare quasi 2.600 delle vecchie lire al litro

Milano - Calcolando i prezzi attuali della benzina nelle vecchie lire (2.588 al litro) e paragonandoli con quelli, già molto salati, di un anno fa (2.381 sempre nella vecchia valuta), è più facile rendersi conto di come il rifornimento dell’automobile sia destinato a mettere a dura prova i bilanci di milioni di famiglie. Dopo gli ultimi ritocchi ai listini, avvenuti sabato, tra 0,4 e 0,5 centesimi di euro il litro, l’imminente ponte di Ognissanti vedrà il pieno all’auto costare l’8,5% in più rispetto allo scorso anno. Per la benzina, in pratica, occorrono 1,337 euro al litro contro i circa 1,230 della fine di ottobre del 2006. Per il rifornimento di una vettura di media cilindrata, insomma, ci vogliono circa 67 euro, contro i 61,5 di un anno fa. Non meglio vanno le cose per un’auto diesel, visto che nemmeno il gasolio è sfuggito alla dinamica dei rialzi: i prezzi oscillano tra 1,205 e 1,213 euro al litro (tra 2.333 e 2.348 delle vecchie lire). Il risultato è sempre lo stesso: i prezzi praticati in Italia risultano sempre i più alti in Europa. L’impennata del costo dei carburanti è comunque legata alla corsa dei prezzi del petrolio che sembra, per ora, inarrestabile. E per fortuna, in questo caso, che l’euro veleggia a quotazioni record sul dollaro (venerdì ha chiuso molto vicino al record di 1,44 sul biglietto verde) perché, come sottolineato nelle scorse settimane dall’Unione petrolifera, «il forte apprezzamento della moneta europea ha consentito di contenere gli incrementi al consumo».

La situazione è comunque pesante e il ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, ha denunciato nei giorni scorsi come, sul prezzo del petrolio, siano in atto speculazioni «di proporzioni cosmiche», anche perché «estrarre il barile costa come un anno fa, mentre i bilanci dei Paesi produttori e quelli delle compagnie petrolifere sono fantastici». Intanto, malgrado lo scenario immediato dei prezzi rimanga improntato al rialzo (la settimana si è chiusa con il greggio sopra i 92 dollari al barile), la comunità economica e finanziaria internazionale si spacca sulle previsioni di medio termine.

Se infatti da un lato vi è chi come Thomas Petrie, vicepresidente di Merrill Lynch, che scommette sul prossimo raggiungimento dei 120 dollari al barile, altri come Stephen Schrok, editor della newsletter Schrok Report, si attendono una prossima correzione delle valutazioni fino a 65 dollari al barile. Tim Evans, di Citigroup, si chiede invece «che cosa succederà al mercato quando sarà il momento di fare profitto».

Secondo il Financial Times dietro l’impennata dei prezzi petroliferi ci sarebbero le manovre dei fondi speculativi. «Addurre alle attuali tensioni geopolitiche tra Turchia e Irak le ragioni dietro il rally dei prezzi - scrive il quotidiano finanziario - appare pretestuoso dato il basso flusso di greggio che transita nell’area, appena lo 0,8% del consumo mondiale. La realtà è un’altra: c’è una guerra in corso tra Opec e fondi speculativi sul controllo dei prezzi del greggio. Finché il cartello dei Paesi produttori non aumenterà la produzione, il mercato rimarrà improntato al rialzo».