Caro Buttafuoco, beato te che sei arrivato ultimo

L’eterno secondo Marinelli scrive al grande favorito sconfitto: «Faccio una pernacchia a chi non ha capito i nostri libri»

Caro Pietrangelo,
beato te, come ti invidio. Sei l’ultimo della classe del Campiello, messo dietro alla lavagna dal fascismo aculturale antifascista della piccola borghesia italiana, bocciato dalla giuria popolare dei trecento lettori «politicamente corretti» scelti da Andrea Riello e dalla sua organizzazione, che dinnanzi ai tuoi miseri e proprio per questo epici trenta voti e al mio ancor più sconsolante secondo posto, sciolgono l’impomatato imbarazzo, esclamando in una telefonata surreale, confusa e balbettante che mi è stata appena fatta: «Non è colpa nostra se i lettori sono tutti comunisti...».
Roba da ridere o da piangere, a seconda dei punti di vista. Da ridere per te, che sei consapevole di usare la penna come pochi - te lo dice uno che è antimusulmano e che considera Ariel Sharon un grande statista - per te che potrai da oggi incarnare il ruolo dell’«eretico» e dell’«antipatico» con maggiore, virulenta, quasi santificata incisività.
Da piangere per me, che sono arrivato secondo per la seconda volta e mi tocca pure fare il sorriso stretto alla signora vestita Dolce e Gabbana che, fuori dalla Fenice, mi infila tra le dita il suo numero di cellulare (stia tranquillo l’ignaro marito, la sua siliconata consorte non è esattamente il mio tipo) e mi rassicura: «Professore, così giovane, con quella faccia pulita, con un romanzo difficile, che parla sempre di morte, di una bambina senza una gamba e di suo padre che si crede Gesù Cristo... Scritto per lo più da un autore veneto... Che pretende di più?».
Da piangere due volte, caro Butta, per tutti gli amici veneti e non che ci credevano e che ci sono rimasti male, così tanto male da spingermi alla commozione, e che adesso amabilmente mi consigliano di scrivere un libro in dialetto polesano, che magari strizzi l’occhio alla lingua del sublime Angelo Beolco, da inviare il prossimo anno al «Premio Strega» (Caro Niffoi, non te la prendere, sto scherzando).
La verità, caro Butta, è che ce la siamo cercata: tu che ti fai pubblicare da Berlusconi, che racconti le gesta dei carnefici e dei vinti ad un tempo, che sei ospite del Giulianone nazionale, che fai il pieno trionfale in giuria tecnica (hai preso dieci voti su dodici tra «i letterati» e trenta su trecento tra i «popolari»: evviva le proporzioni!) e che definisci genialmente Il Caimano di Moretti «Una minchiata, anzi, una minchiata col botto».
Io che chiedo la radiazione dall’albo di quel magistrato che ha multato per divieto di sosta Gesù Cristo, sollecitandone la rimozione dai muri delle scuole, che predico in senso hegeliano la pena di morte per i pedofili alla Fiera del Libro di Torino, e che vorrei ghigliottinare, come Pasolini, il tubo catodico e il pornografico perbenismo dei suoi santoni marchettari che fanno tendenza.
Ce la siamo cercata noi e se la sono cercata i nostri libri, (nonostante, sia pur nella diversità delle cifre, abbiano venduto e continuino a vendere migliaia di copie e non certo per merito del Campiello), «troppo barocchi e complessi», «poco impegnati nel sociale», ovvero poco comodi sotto l’ombrellone, troppo sperimentali per essere espressione del presente e troppo fantasiosi per raccogliere il consenso di chi è ancora convinto che compito della letteratura sia «raccontare la verità», che come tu sai, caro Butta, è sempre quella che la maggioranza beduina dei «salotti italioti che contano» si aspetta di sentir dire.
Ero convinto di dover lottare contro di te in questo premio; avevo affilato le armi, poi le ho immediatamente spuntate (non solo perché intenerito dalla tua ernia al disco), difendendoti a spada tratta in conferenza stampa (roba da far invidia agli avvocati di Milosevic), quando ho compreso che il seme della complicità, dell’amicizia, del riconoscimento reciproco e silenzioso dell’istinto insopprimibile di urinare contro i luoghi comuni, era e rimarrà un tratto eterno e simile delle nostre esistenze e del nostro lavoro.
Per questo faccio una pernacchia alla maestra, un graffio al banco, e ti raggiungo dietro la lavagna, nella speranza che anche da lì, ogni tanto, si riesca a guardare la schiena scolpita di Martina Colombari. Tuo,*
*Scrittore, autore di

Ti lascio il meglio di me, Bompiani,
secondo classificato

al premio Campiello