Caro Cassano, chiedi scusa anzichè cercare scuse

(...) ad arrabbiarmi per certe sue sregolatezze comportamentali.
Come ho scritto ampiamente su queste pagine, non ho mai visto nessuno o quasi - Diego Armando Maradona, forse - giocare al calcio come lei. E ogni volta che vedo la palla attaccata al suo piede, che pare funzionare come il velcro, persino quando è in movimento, persino quando è sollevata da terra, credo che si tratti di una delle prove dell’esistenza di Dio. Lascio perdere ulteriori discorsi ontologici che, certamente, la troveranno molto interessato, ma che non sono oggetto della discussione odierna. Quando vuole, ne parliamo volentieri, anche perchè sono certo che il suo pensiero potrà arricchire il dibattito storico-filosofico sulla materia.
Ma, proprio perchè credo che vederla giocare a calcio sia uno dei piaceri della vita, le dico anche - con estrema sincerità - che l’uscita di domenica pomeriggio negli spogliatoi se la poteva tranquillamente risparmiare. Così come i suoi difensori, a partire dal presidente Garrone con cui pure condivido moltissime idee su questa città, potevano risparmiarsi di schierarsi a spada tratta a sua difesa.
So benissimo che la mia è una posizione ultraminoritaria. Leggo di visite a Bogliasco di delegazioni di tifosi pronti a chiederle scusa e di migliaia di mail che le testimoniano l’affetto dei doriani. In parte, hanno ragione, per carità. E precisamente hanno ragione nella parte in cui esaltano il suo gioco. Era dai tempi di Roberto Mancini che non si vedeva un giocatore blucerchiato trattare la palla in questo modo. Ma si può sapere cosa c’entra tutto questo con le scuse? Si può sapere perchè occorre scusarsi con lei?
Ma scherziamo? Chi ha rumoreggiato durante la partita con il Bari, nei distinti, può avere avuto torto o ragione. Ma, certo, chi paga il biglietto ha tutti i diritti di fischiare chi vuole. Del resto, le ricordo che è anche con i biglietti dei fischiatori che viene pagato l’ingaggio non indifferente di cui sopra.
Chi ci segue, sa che siamo abituati a dare i voti dallo zero al dieci. E lei, Antonio, è uno che merita spesso dieci. Ma, così come non abbiamo paura di sbilanciarci quando c’è da promuoverla, non abbiamo remore a dirle che, sia a Torino, sia al Ferraris contro il Bari, lei non meritava più di un tre. Di stima.
Non so se un tre in pagella valga un fischio o un mugugno. Ma, certo, non credo che esista il peccato di «leso Cassano» e non penso che sia stato ancora inserito nel codice penale. Almeno finchè non se ne macchierà Berlusconi. Allora, in quel caso, può star certo che almeno una dozzina di pm delle Procure di mezza Italia se ne occuperà immediatamente.
Nel frattempo, prima di quel momento, mi permetta di dirle che ogni ragionamento su «merda e Nutella» e su «io me ne sono già andato da Madrid e da Roma», mi pare assolutamente ingeneroso nei confronti di una città, di una squadra e di una tifoseria che le hanno dato moltissimo. A scatola chiusa. Poi, certo, lei ha ricambiato a modo suo. Ma l’affetto del popolo blucerchiato è qualcosa che meriterebbe più rispetto. E - e qui parlo anche per i genoani - credo che Genova meriti più rispetto di quello che si legge nella sua esternazione. Non è una città figlia di un dio calcistico minore.
Se posso permettermi un consiglio, le direi di farsi consigliare sugli atteggiamenti da tenere nel dopopartita da Luca Castellazzi, uno che spesso ha dovuto sopportare fischi, mugugni e insulti della Sud. E sa perchè? Luca è l’unico che si è sempre meritato dieci quest’anno, dentro e fuori dal campo. Credo che abbia molto da insegnarle, mi creda.
Suo,