«Caro De Michelis, prima i contenuti e poi i simboli»

Antonio Signorini

da Roma

Non è una questione di simboli. Non basta mettere il garofano in un logo e nemmeno riunire la «comunità» della diaspora Psi: se c’è una identità da mettere in salvo sta tutta nei «contenuti di modernità» del socialismo liberale che Bettino Craxi fondò negli Anni Ottanta. E che lo stesso Craxi voleva realizzare in un contenitore più ampio del vecchio Psi. Maurizio Sacconi mischia i ricordi personali dei suoi anni nel partito socialista e analisi sull’oggi. Il sottosegretario al Welfare è entrato da tempo in Forza Italia e fa quindi parte di quella pattuglia di personaggi che - secondo il segretario del nuovo Psi Gianni De Michelis - si è posta «legittimamente» fuori dalla storia del socialismo italiano. Ma secondo Sacconi non è così. «Chi ha vissuto orgogliosamente il liberal socialismo degli Anni Ottanta oggi avverte più che mai il bisogno di riproporre quell’esperienza di modernità. Ma partendo dai contenuti». La «comunità» degli ex Psi secondo Sacconi «non può porsi il problema del suo futuro» dimenticando i problemi del Paese. Come se la ricomposizone di questa stessa comunità, dispersa da un trauma, avesse un valore in sé». Il nuovo Psi di Gianni De Michelis e Bobo Craxi sta lavorando all’Unione socialista e per raggiungere questo obiettivo potrebbe approdare all’Unione di Romano Prodi. «E io in questa vicenda - spiega - avverto una separatezza rispetto ai contenuti».
Sacconi, che è stato allievo di GiAnni De Michelis, si chiede «cosa fummo noi negli Anni Ottanta». E la risposta che si dà è sempre la stessa: «Proprio perché venivamo dalla sinistra noi avevamo capito prima di altri i guasti degli Anni Settanta», dell’egemonia culturale «di un certo ideologismo che banalmente potremmo definire cattocomunista». Qualche esempio? «Sono gli anni in cui esplode la spesa corrente e si definisce un welfare ingiusto e insostenibile, in cui si bloccano le autostrade con una legge dello Stato e si rinuncia alle doverose scelte energetiche, gli anni in cui si definisce la scala mobile, il salario come variabile indipendente». Anni «di occasioni perse». Un brutto ricordo del passato? «No - risponde Sacconi - un handicap che pesa anche oggi». Certo Craxi ebbe il merito di dare una spallata in due atti: «La fine della scala mobile e gli euromissili a Comiso, cioè una decisa scelta atlantica». Ma rimangono «fardelli» da alleggerire e «spallate da dare» ai residui di quegli anni, proseguendo con la politica economica delle liberalizzazioni e delle riforme, come quella del lavoro e della scuola. E il «decisionismo» craxiano? Anche quello era il superamento della «lentezza» del consociativismo cattocomunista al quale il leader socialista contrappose «il metodo delle decisioni tempestive».
Oggi gli eredi di quella cultura consociativa sono nell’Ulivo, vero e proprio «figlio degli Anni Settanta, nella sua componente comunista e in quella post comunista oltre che in quella Dc. A sinistra nella migliore delle ipotesi abbiamo il demitismo» e se oggi i socialisti che sono approdati alla Casa delle libertà provano del «disagio» è «perché vorremmo la maggioranza ancora più distinta e distante dalla nostra opposizione. Perché vorremmo decisioni ancora più tempestive e radicali». Quindi: «Ora più che mai serviamo qui», magari unendo tutta la cultura lib-lab che oggi si trova nella Casa delle libertà. Proprio lo scopo - aggiunge - che si è posta la Fondazione Free che giovedì mattina terrà un incontro su «Riformismo liberal-socalista e riformismo cattolico».
Il messaggio di Sacconi agli altri ex Psi è chiaro: «Perché fare un partito con Boselli? Andare di là per poter fare che cosa?». D’altro canto - rivela il sottosegretario - «io so quanto Craxi volesse andare oltre il contenitore del Psi. Lo sentiva stretto non per le sue aspirazioni, ma per il suo progetto politico. E pensava di andare proprio verso un contenitore liberal democratico».