Caro direttore, ci dice la verità?

Cominciamo col dire che l’attuale direttore del Corriere della Sera, ultimamente assai prodigo nell’impartire moniti circa la correttezza e la chiarezza del linguaggio istituzionale, se è vero quel che racconta un suo ex caporedattore, oggi a sua volta direttore, risulterebbe un mentitore di fronte all’autorità giudiziaria: sarebbe dunque il caso che smentisse siffatto comportamento, al minimo. Ma riassumiamo il problema. L’ex caporedattore del Corriere della Sera, Alessandro Sallusti, oggi direttore responsabile di Libero, ha rivelato che i vertici di via Solferino la sera del 22 novembre 1994 disposero di una copia cartacea del mandato a comparire per Silvio Berlusconi: e non disposero solo, quindi, di fonti orali a opera di misteriose quanto improbabili gole profonde. Si ricorderà che il Corriere fu l'unico quotidiano, su questa base, a pubblicare la notizia che il premier Berlusconi era sotto indagine: il che faciliterà le dimissioni del suo governo a discapito di un proscioglimento che giungerà molti anni dopo. Il dettaglio, appunto, è che Paolo Mieli il 21 dicembre 2001, a Cles, ha negato sotto giuramento d’aver mai visto alcun pezzo di carta. E da una parte potremmo chiuderla qui, concludendo che tra Sallusti e Mieli qualcuno mente o ha seri problemi di fosforo: ma ben altro non quadra. È dimostrato che la tarda sera del 22 novembre 1994, nel corso di una telefonata tra il tenente colonnello Emanuele Garelli e Silvio Berlusconi, quest’ultimo apprese solamente due dei tre capi d’imputazione che lo riguardavano: seppe delle accuse circa presunte tangenti pagate da Mediolanum e Mondadori, dapprima, e poi rimandò al giorno il resto del colloquio con l’ufficiale. Non apprese subito, cioè, di una terza accusa relativa a un pagamento di Videotime alla Guardia di finanza: e il dettaglio, coincidenza, è che parimenti sul Corriere della Sera del giorno dopo verranno riportati soltanto i primi due capi di imputazione, e non il terzo: «L’iscrizione sul registro degli indagati ­ recitava l’occhiello di apertura - è stata decisa dalla Procura per l’ipotesi di due pagamenti alle Fiamme gialle». Non tre. La coincidenza peraltro permetterà nientemeno che ad alcuni calibri del Pool di Milano, Piercamillo Davigo e Francesco Saverio Borrelli, di ipotizzare seriamente e pubblicamente che possa esser stato direttamente l’entourage del Cavaliere (o lui medesimo) a passare la notizia al primo quotidiano nazionale: tirandosi la zappa sui piedi, cioè, e favorendo la diffusione della notizia durante un simposio internazionale sulla criminalità che si teneva in quei giorni a Napoli. Ora, finalmente, la versione di Sallusti smentisce ciò che in precedenza risultava smentito solo dalla logica: la notizia pervenne al Corriere per altre vie e oltretutto in forma cartacea, dettaglio che Mieli aveva negato. Ma non quadra neppure questo, a ben pensarci: non tanto per il fatto che da via Solferino ­ parlano i tabulati telefonici ­ passarono la notte e parte della mattinata a ricercare disperatamente ulteriori scampoli di conferma, e questo nonostante avessero appoggiata sul tavolo la conferma per definizione, la pezza d’appoggio ufficiale; a non quadrare è il seguente particolare, se già non l'avete individuato: come mai, se davvero in via Solferino disponevano di una copia fedele del mandato di comparizione, poi lo riportarono solo parzialmente? Perché dunque non parlarono anche del terzo capo d’imputazione? E qui la faccenda si complica oltremodo, perché le ipotesi si fanno cobelligeranti. Se Sallusti dice il vero ­ e l’ha scritto in un libro, non l’ha detto in birreria ­ allora vorrebbe dire che Paolo Mieli ha mentito. Se viceversa Paolo Mieli ha detto il vero ­ e l’ha detto in tribunale sotto giuramento, non in spiaggia a Capalbio ­ allora vorrebbe dire che ha mentito Sallusti. La terza ipotesi, improbabile, è che in via Solferino abbiano volontariamente deciso di pubblicare solo parte della notizia (solo due capi d’accusa su tre, ripetiamo) così da confondere le acque e far risultare che non avessero in mano carte precise, ossia materiale istruttorio che solamente dalla Procura e dintorni avrebbe potuto giunger loro: ma qui siamo a Kafka, ed è questo labirinto generale che i citati attori col passare del tempo fanno di tutto per complicare. Una risposta da Paolo Mieli non nuocerebbe, se ne avesse il tempo: nessuno chiede di svelare fonte alcuna ­ non è questo in discussione ­ ma non spiacerebbe che perlomeno difendesse la sua onorabilità di testimone attendibile: questo in un Paese che a tutt’oggi considera uno scoop il render note delle carte di magistrati che nel caso, poi, non hanno trovato riscontro in alcuna sentenza di condanna: in compenso hanno fatto dei danni politici incalcolabili. Paolo Mieli può raccontarci una volta per tutte com'è andata, se ritiene: in fondo si tratterebbe di confermare che una carta giudiziaria piovve su una scrivania di giornale come sovente accadeva in quegli anni. Nei momenti che contavano, sulla scrivania del primo giornale d'Italia. Bastava raccoglierla.