«Caro don, ricordati di santificare le feste religiose»

Lo ha conosciuto, lo ha incontrato spesso e lo ha anche apprezzato. Ma anche lui è rimasto male leggendo le sue continue esternazioni dal sapore provocatorio, al punto da invitarlo a tornare quello che era. Enrico Dordoni, ex giocatore di Sampdoria, Atalanta e Spezia, autorevole opinionista tv su Primocanale, c’è rimasto male di fronte all’ennesima sortita di don Andrea Gallo, legata alla soppressione e all’accorpamento delle festività. Nei giorni scorsi il Secolo XIX ha ospitato le esternazioni del don più che da prima pagina che da marciapiede come lui stesso ama definirsi. E non ha perso l’occasione per lasciarsi andare a considerazioni improntate ormai solo alla consueta retorica comunista.
Dordoni, come mai questa volta si sorprende?
«In realtà non sono sorpreso. Sono un po’ stanco di sentir dire certe cose. Specie da una persona come don Andrea che ho avuto modo di conoscere e apprezzare per tante cose».
Ma è da un po’ che va ripetendo la sua idea fissa.
«Però non riesco più a sopportare certe frasi sull’Italia che deve essere libera, democratica, antifascista e comunista. Come se fossero quattro sinonimi. O quattro assiomi di cui non si può fare a meno».
Libertà, democrazia, antifascismo...
«... e comunismo. Appunto Cosa c’entra il comunismo con la libertà e la democrazia? La storia ritengo abbia provato fin troppo bene che la teoria degli estremi che si toccano, del comunismo e del fascismo di fatto contingenti, non è ben chiara solo in Italia».
Vuole correggere il pensiero del don a ottanta e passa anni?
«No, ripeto che lo stimo e in più occasioni ho avuto modo di apprezzarlo. Però non vorrei diventasse una cattiva guida per i giovani».
Cosa potrebbe insegnare di sbagliato?
«Beh, se il fascismo è stato per fortuna limitato a un ventennio ed è finito, non si può dire altrettanto del comunismo. E specie chi non ha avuto di conoscerlo davvero rischia di idealizzarlo come qualcosa di mitico e positivo a sentire certi discorsi».
Il don difendeva anche 25 aprile e 1° maggio.
«La solita retorica, come il fatto di citare per qualsiasi cosa la medaglia d’oro alla Resistenza concessa a Genova. Ma in questo caso trovo ancora più assurda la cosa, perché è un sacerdote a ritenere importanti le festività laiche e politiche più che quelle religiose».
Lo dice e nessuno lo corregge.
«Altro punto che mi dispiace. Servirebbe un freno a certe esternazioni. Magari per non dare insegnamenti fuorvianti».
Non salva niente del don?
«Al contrario, dico questo perché vorrei riaverlo più concentrato sulla sua attività sociale e pastorale. Non è un problema avere idee diverse. Spesso ci siamo affrontati anche in trasmissioni televisive, lui genoano io sampdoriano. Eppure quelli sono confronti di idee, non i monologhi in cui si sostengono falsità storiche».