«Il caro Eugenio pare un figliolo buono a nulla»

Nel ’17 scrive del fratello: «Che sarà di questo ragazzo così sdegnoso e orgoglioso, così bambino e assetato di tenerezza? Che non si adatta a una vita mediocre?»

«Eugenio è il più affettuoso di tutti: ha un carattere focoso e una gran passione per il disegno», ma «non ha neppure un briciolo di pazienza e a volte ha degli scatti che presso le persone lo fanno passare per cattivo». Ad appena dodici anni, Montale rivela già alcune caratteristiche della sua indole. Umorale, aggressivo e bonario, rancoroso e generoso. Lo descrive così, passo passo, seguendone la crescita, come in un familiare romanzo di formazione, la sorella Marianna, più grande di lui di soli due anni, ma responsabile e apprensiva come una seconda mamma. È lei, infatti, che in belle e già mature pagine di un vasto epistolario ora pubblicato per la prima volta (Lettere da casa Montale, a cura di Zaira Zuffetti, Àncora, pagg. 746, euro 30) racconta il mondo di casa Montale, l’ambiente colto e stimolante dove il poeta crebbe e coltivò le proprie passioni letterarie.
Attraverso le sue lettere, per lo più indirizzate all’amica Ida Zambaldi, si scoprono i gusti e le predilezioni di una giovane borghese, appassionata di poesia e divoratrice di romanzi, che recensisce con acume critico e piglio personale. Ama Pascoli, detesta l’«antipatico» D’Annunzio, che le sembra inautentico e affettato, ma legge anche Guerrini e Fogazzaro. Il suo sogno sarebbe intraprendere studi umanistici, ma ciò le è impedito in un primo momento dalla madre, che le impartisce la più tradizionale educazione femminile: cucire, rammendare gli abiti, allungare gli orli, ricamare lenzuola. E si accontenta, allora, di seguire i talenti dell’eccentrico fratello minore, da subito poco avvezzo alle cose pratiche della vita, ma già considerato il «genio» di famiglia.
Al pari di lei, Eugenio è avviato a studi, che premiano poco i suoi reali interessi: «sarà un baritono celebre», sentenzia Marianna nell’aprile 1913, grazie alla sua voce «bellissima, potente, intonata, piena» oppure uno scrittore, visto che primeggia di gran lunga sui compagni. Ma è il carattere a suscitare in lei un misto di curiosa attrazione e malcelata preoccupazione. Mentre incombe la guerra e la nazione è attraversata dalle infervorate campagne interventiste, Eugenio assiste con indispettita estraneità alle passioni che animano i coetanei, proteso com’è a coltivare il gusto solipsistico per la provocazione e la polemica.
E allora, eccolo, scosso da improvvisi risentimenti contro la società tutta, scagliarsi «colle convenzioni, coi mille no stupidi» e con l’ambiente asfittico della propria scuola, che definisce un «letamaio». Lo disgusta anche il panorama della letteratura di successo, in cui troneggia il solito D’Annunzio che gli dà «nausea», anche perché i suoi libri sono idolatrati dalle ragazze disimpegnate della sua stessa classe sociale: «è indignato - scrive Marianna nell’aprile 1915 - di vedere le signorine chiederli e leggerli».
Del resto, la sua aggressività e il bisogno di demolire conformismi e luoghi comuni («Tu lo sentissi discutere! È un fuoco di fila e non ammette contraddizioni», scrive la sorella nel giugno 1915) rivelano un’ansia inappagata e un’inquieta insoddisfazione che preoccupano l’apprensiva Marianna: «Che cosa sarà di questo ragazzo così inadatto alla vita pratica, così sdegnoso e orgoglioso, così bambino e assetato di tenerezza? Che non si adatta mai a una vita mediocre e comune? E d’altra parte soffrirà di una vita solitaria» (11 marzo 1917).
La guerra rappresenta poi per il ragazzo un’ulteriore occasione per differenziarsi e per abbozzare una forma di pacifismo sulla base di una - peraltro conflittuale - lettura cattolica della realtà: «io mi lascerò ammazzare - scrive il futuro poeta nell’ottobre 1915 - ma non ammazzerò nessuno. Il Vangelo dice: “Non ammazzare”. Ora la gente tira fuori delle belle parole per giustificare tutto, ma son parole!».
Forse è proprio il confronto con le grandi vicende del proprio tempo che lasciano Eugenio in una sorta di minorità psicologica. È certo qui che maturano le prime pulsioni poetiche, quando cioè l’incapacità di aderire vitalisticamente al flusso della storia si coniuga con la ricerca interiore di una vita personale e senza ipotesi consolatorie. «I suoi versi non sono ancora arrivati, si sente, ma c’è qualche cosa», scrive nel giugno del 1917 Marianna. Che però, oltre ad essere la prima lettrice e critica dell’opera di Eugenio, è anche la testimone delle difficoltà della vita che sembrano pesargli troppo: «questo ragazzo tanto in questa fatica fisica, come in tutte le fatiche della vita procede allo stesso modo: appena ci vuole dello sforzo si accascia come se gli altri non faticassero mai. Gliel’ho detto, gli ho detto che ha avuto la vita troppo facile (esternamente) finora, che forse gliel’abbiamo spianata troppo. Il guaio è che veramente c’è in lui una debolezza nervosa e perciò non si può mai esattamente distinguere fin dove arrivi questa e dove cominci una fiacchezza morale, fin dove si può spronarlo senza deprimerlo» (22 luglio 1921).
E devono essere state proprio notevoli i timori di casa Montale riguardo all’incerto futuro dell’ultimo rampollo, se anni dopo, quando la fama di Eugenio è già grande e il suo ruolo nella società letteraria ben delineato, l’impiego ottenuto come direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Viesseux fa tirare alla mamma un vero e proprio sospiro di sollievo: «Sembrava un figliolo buono a nulla, per certe persone... da doversi far mantenere tutta la vita... e invece si è saputo rendere simpatico, le sue buone qualità, la sua istruzione, la sua intelligenza si esplicherà in un modo abbastanza onorifico per sé e per la sua famiglia» (2 aprile 1929).
Marianna nel frattempo si è sposata, Eugenio ha ormai più di trent’anni: eppure, seguendo le tracce dell’epistolario, il poeta continua ad essere sorvegliato a distanza, quasi protetto dalle insidie che potrebbero mettere in crisi il suo incerto equilibrio. La sorella, ad esempio, scrive a chiare lettere che certe frequentazioni di Eugenio rischiano di cambiarne la natura. In particolare, non le piace affatto Drusilla Tanzi, all’epoca sposa del critico d’arte Matteo Marangoni, su cui esprime un’impressione «non cattiva, ma non del tutto buona»: «C’è qualche cosa che non ti so definire che non mi va. Un’inquietudine, una smania, una ricerca di sensazioni che in fondo non ha un’origine limpida. Benché lei si reputi al di fuori e al di sopra del sesso, benché sia persuasa di trattare cogli uomini come un altro uomo e di non avere che aspirazioni ed interessi intellettuali. In fondo non la direi neanche troppo intelligente (una persona veramente intelligente basta di più a se stessa) benché sempre circondata da artisti, letterati ecc. I suoi gusti sono fatti da questo suo entourage, senza del quale non troverebbe alimento in se stessa». A causa di questa conoscenza, il fratello le appare «staccato, diverso» (9 settembre 1930).
Marianna morirà qualche anno dopo, nel 1938, appena quarantaquattrenne. Il fratello, a sua insaputa, si era già legato con Drusilla: pochi mesi più tardi e avrebbe iniziato a convivere con lei, l’amorevole «Mosca», celebrata negli Xenia.