Caro Felipe stai attento "Il titolo lo voglio io"

Per il finlandese non contano i tempi fatti in prova, ma solo la gara: «Fra me e lui manca ancora il vero confronto». Però Ecclestone lo boccia

Perché Kimi Raikkonen dovrebbe esssere l’uomo di punta della Ferrari? Ma che diamine, perché è un freddo com’era Schumi al suo arrivo, perché parla poco e pigia molto sull’acceleratore, perché in Emilia, lungo la provinciale per l’Abetone, di solito tra nordico e latino ha la meglio il nordico che si scalda meno. Perché il passato più o meno recente racconta di Lauda freddo che mise subito in disparte Regazzoni caldo, di Scheckter turbolento dai nervi saldissimi che fu preferito al latinissimo canadese Gilles Villeneuve. Perchè se il 1982 fosse stato di grazia e non disgrazia, tra il povero Gilles (volato via nel dramma di Zolder) e lo sfortunato Pironi (gambe spezzate e carriera finita pochi mesi dopo in quel di Hockenheim), fra loro, con ogni probabilità, sarebbe stato il francese un po’ freddino e molto snob a sfruttare al meglio le doti della rossa 126 C2 turbo. Non foss’altro perché, in quel momento, godeva nel team di un certo consenso, checche se ne sia detto e raccontato a posteriori. Se poi pensiamo all’ultima coppia ferrarista davvero rivale, quella datata 1990 con Mansell e Prost, nel corso dell’anno fu il freddo francese ad aver la meglio sul caldo e baffuto inglese che comunque, in Portogallo, ostacolando Alain al via, diede un enorme contributo alla causa del fargli perdere il titolo. Cosa che puntualmente avvenne poche settimane dopo in Giappone, stavolta per mano di Senna.

Fatto sta, Raikkonen, a gennaio, è giunto a Maranello a braccetto di molte aspettative, sue e di tutti gli altri: perché erede di Schumi e perché uomo destinato a prendere per le redini il Cavallino. Paperino Massa, però, non è stato a guardare e, grazie agli insegnamenti ricevuti proprio da Michael, ha lavorato d’anticipo. Cronometro dopo cronometro, mattoncino dopo mattoncino, ha incrinato in molti certe aspettative. «Sarà Kimi l’erede dell’enorme tedesco o ce l’avevamo già in casa?» è il quesito supremo che si è via via insinuato fra gli uomini della Rossa.

Però Kimi se ne frega. E questa è la sua forza. In Mclaren arrivò al posto del campione del mondo Hakkinen e al primo Gp era già il punto di riferimento; qui deve far lo stesso nel dopo Schumi, per cui ha lavorato sodo ma non ha per forza cercato la prestazione record durante i test. Un algido distacco il suo, da far avvalorare la seguente teoria: Kimi è talmente sicuro dei propri mezzi da non aver bisogno di cercare il tempone e il confronto cronometrico con il compagno. Concetto che lui stesso tende ad avvalorare: «Francamente, fino ad ora non c’è stato fra noi un vero confronto... Sono soddisfatto della macchina, è veloce, o almeno me lo auguro perché per capire realmente a che punto siamo, dobbiamo solo aspettare Melbourne. Però sono ottimista. Il mondiale? Ovvio, proverò a vincerlo».

Freddezza, pre tattica (l’ex pilota Marc Surer, che lo conosce molto bene, giura si tratti «della sua solita strategia visto che non gioca mai tutte le proprie carte nei test...»). Sarà vero, ma fra i notabili del Circus ce n’è uno a cui l’approccio del finlandese proprio non piace: Bernie Ecclestone, patron della F1. Dice: «Sarà la Ferrari a condizionare le gare. Sembra terribilmente forte, tanto più che Schumi, in questi anni, faceva già da direttore sportivo, per cui anche da lontano sarà comunque in grado di aiutare moltissimo Massa e Raikkonen. Kimi? È un pilota di nuova generazione, uno di quelli che pensano soprattutto a guadagnare bene. E Felipe? Felipe lo vedo in corsa per il mondiale».