Caro Fini, attacchi me sul Pci ma vuoi legittimarti a sinistra

IERI E OGGI Berlusconi non ha mai giudicato il mio passato, infatti sono uno dei più convinti promotori del Pdl

Caro Direttore,
non posso nascondere che mi ha sorpreso e amareggiato sentirmi rimproverare da Gianfranco Fini la mia passata militanza nel Partito Comunista Italiano.
Non è la prima volta che mi capita. La sinistra, soprattutto, in questi anni ha cercato di chiudermi la bocca con l’accusa di essere stato anch’io comunista, e perciò di essere un voltagabbana se non un traditore.
Quello che non mi aspettavo è che questa accusa mi fosse rivolta da un collega di partito e soprattutto da un esponente politico come Fini verso il quale ho sempre manifestato, anche durante la trasmissione di Ballarò, una rispettosa amicizia pur nella differenza delle posizioni. Un esponente politico, oltretutto, che, come me, ha compiuto una sofferta e coraggiosa evoluzione politica, e che oggi non fa mistero di considerare il dialogo e il confronto con gli ex comunisti come un valore positivo.
E lo dico sapendo benissimo che sul piano storico è innegabile il contributo che il partito fondato da Antonio Gramsci ha fornito nella lotta antifascista, pur avendo io sempre, anche durante la mia militanza nel Pci, richiamato alla necessità di leggere con obiettività il significato e l’eredità del fascismo.
Un esponente politico, inoltre, che mostra di apprezzare il confronto politico all’interno del Pdl, nell’ambito di regole democratiche, come un elemento di fondazione di un partito democratico, rispettoso di tutte le opinioni.
La battuta di Fini mi ha ferito anche perché sono stato, all’interno di Forza Italia, in più nella veste di suo coordinatore nazionale, uno dei più ferventi e convinti promotori della nascita del nuovo partito.
Il fatto di essere stato iscritto al Partito Comunista Italiano non ha impedito al Presidente Silvio Berlusconi di scegliermi come coordinatore nazionale di un partito liberale come Forza Italia. Anche questa scelta mi ha fatto capire che Berlusconi è fatto di una pasta umana e di uno stile diverso da quello di ogni altro leader politico, compreso Gianfranco Fini.
Berlusconi ha compreso la mia onestà politica e intellettuale pur non avendo seguito da vicino tutta la mia sofferta e complicata esperienza politica: di cattolico attratto dal compromesso storico di Enrico Berlinguer, e di liberalsocialista vicino alle posizioni di Giorgio Napolitano, ma nutrito di quella nobile tradizione culturale che non coincideva completamente con la destra comunista di Napoleone Colajanni e di Emanuele Macaluso.
Berlusconi ha capito che tutta la mia vita è stata animata dalla passione per le idee e per l’impegno politico al servizio di una causa di giustizia e di libertà.
Berlusconi non mi ha mai deluso, anzi mi ha continuamente sorpreso, soprattutto perché nel pieno di una temperie drammatica, nel corso della quale ha patito sofferenze indicibili, non ha mai smarrito la sua umanità e il suo amore per la vita e per la libertà.
Questi sedici anni di lotta e di battaglia politica al fianco di Silvio Berlusconi non sono stati facili anche per me: come don Gianni ricordò ho rappresentato l’anello di congiunzione tra la leadership di Berlusconi e il corpo politico di un partito che si stava formando. Questa funzione mi è stata riconosciuta da pochi, così come pochi anche oggi riconoscono il lavoro politico e culturale che svolgo per dare un’identità al nuovo partito. Purtroppo in Italia bisogna essere amici della sinistra per essere considerati uomini di cultura e per essere credibili politicamente. Non vorrei che anche Fini venisse attratto da queste sirene che offrono una legittimità politica al prezzo di inginocchiarsi alle immagini sacre della sinistra.
Al di là del confronto delle idee che è in atto all’interno del partito, che Gianfranco Fini ha contribuito ad arricchire e al quale continuerò a offrire anch’io il mio contributo, ciò che mi colpisce in questo momento è la particolare durezza di una polemica che anziché riguardare le idee preferisce mettere in cattiva luce le persone, come è accaduto nel mio caso. E una durezza che ho conosciuto sulla mia pelle anche quando sostenevo liberamente le mie opinioni all’interno del Pci. È una durezza che non appartiene alla mia sensibilità. Ed è una durezza che spero non contamini anche il nuovo partito, che ho anch’io contribuito a costruire.
*Coordinatore nazionale del Pdl
e ministro per i Beni culturali