Caro Fini evita le svolte personali

Gentile direttore,
guardo con stima, amicizia sincera e con rispettosa attenzione alle posizioni che via via Gianfranco Fini sta assumendo nella sua veste di presidente della Camera dei deputati e di leader e cofondatore del partito del Popolo della libertà.
Innanzitutto il primo merito di Fini è quello di configurare il Pdl come uno spazio di confronto politico e culturale, indispensabile per la crescita di una forza politica che ha l’ambizione di restare uno dei pilastri del sistema politico italiano.
Il Pdl ha bisogno di rafforzarsi attorno alla leadership di Berlusconi, ma nello stesso tempo di continuare a scommettere in una nuova classe dirigente, competente e onesta. I partiti, infatti, anche quelli moderni che non possono ignorare l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa e la personalizzazione della politica, hanno bisogno di costruire nuovi strumenti per la formazione di una classe dirigente all’altezza delle responsabilità politiche e di governo di un Paese come il nostro.
Alcuni giornali hanno montato in queste ultime settimane una campagna di stampa totalmente infondata sulle cosiddette «veline», allo scopo di rivolgere l’ennesimo attacco al presidente del Consiglio e di squalificare il suo partito.
Questa campagna di stampa è apparsa spuntata, come del resto tutte quelle che in questi anni hanno cercato di delegittimare il leader del centrodestra, senza confrontarsi con la realtà di una società profondamente cambiata.
Questa campagna, tuttavia, ha ottenuto il risultato, almeno parzialmente, di mettere in ombra gli sforzi che in questi anni il presidente Berlusconi ha compiuto, anche con il mio modesto contributo, per formare una classe politica nuova, autorevole e di indubitabile qualità.
Tutti i ministri che formano l’attuale compagine governativa rappresentano, infatti, una nuova classe politica, che può essere paragonata solo a quella che, nell’immediato dopoguerra, assunse responsabilità di governo per conto della Democrazia Cristiana e degli altri partiti di governo.
Per ritornare alla riflessione iniziale, ritengo che la nuova fisionomia politica assunta da Gianfranco Fini contribuisca significativamente a fare del Pdl un partito democratico aperto al confronto delle idee e alla formazione di una classe politica costituita da distinte personalità.
Più di un commentatore, in riferimento al dibattito di questi giorni sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, ha notato come la coalizione di governo riesca a interpretare, da Bossi a Fini passando da Berlusconi, praticamente tutta la gamma dei punti di vista.
Questa capacità di rappresentare un’ampia gamma di posizioni e di sensibilità presenti nella nostra società, non sempre componibili o coerenti con una comune visione culturale, era propria anche della Democrazia Cristiana, grazie ad una classe dirigente ricca di personalità diverse e ad una struttura partitica simile ad una federazione di correnti.
Entro certi limiti, naturalmente, questa pluralità capace di intercettare istanze diverse della società può apparire positiva e perfino necessaria.
Questa tendenza, tuttavia, pone altri problemi su cui vale la pena di riflettere attentamente.
In primo luogo, come ha osservato lucidamente Giuliano Ferrara, il rischio è quello di abbracciare posizioni culturali distanti dalle nostre, in cui l’irenismo o l’eclettismo si coniuga specularmente all’indebolimento delle proposte politiche e programmatiche.
In un tempo, oltretutto, in cui si evidenza la necessità, su molte questioni essenziali che riguardano l’economia o la bioetica, di scelte chiare che possono essere il frutto solo di una precisa identità culturale, sia pure raggiunta attraverso un libero e aperto confronto di idee.
Sui temi della bioetica, ad esempio, riconosco a Gianfranco Fini di aver dato un contributo importante, come ho sostenuto nel mio intervento al primo congresso del Pdl, nello spirito di un confronto tra laici e credenti che conduca non a una giustapposizione di posizioni, bensì ad un incontro fecondo sia in termini di una identità comune da realizzare sia nella capacità di addivenire a proposte legislative più equilibrate e più condivise.
Quello che sogno perciò è un partito nel quale un leader politico come Gianfranco Fini partecipi attivamente, pur considerando il suo attuale incarico istituzionale, alla ricerca e alla formulazione della identità e della linea politica del nuovo partito, piuttosto che seguire una «svolta personale», come ha scritto Ferrara, che pure gli dà «forza personale, prestigio e capacità efficace di azione politica e parlamentare».
*Ministro dei Beni culturali
e coordinatore del Pdl