Caro Gheddafi, un vero uomo rispetta i patti

D’istinto, e per avventurosa conoscenza, tendo ad avere una certa fiducia in Gheddafi. Più di dieci anni fa riuscii a stupirlo con un’impresa audace concepita dopo una prima faticosa spedizione per via di terra, come imponeva la severa misura dell’embargo, e compiuta con due piccoli aerei insieme a Nicki Grauso. Partimmo, per l’appunto, da Lampedusa, quasi costringendo i due piloti a seguire la rotta «no fly zone», in direzione di Tripoli, intercettati dagli inglesi a Malta che cercavano di dissuaderci e di farci tornare indietro.

Quando arrivammo a Tripoli l’accoglienza fu straordinaria, l’opposto dell’azione dei kamikaze, su piccoli aerei del terrore, noi portavamo una evidente testimonianza di pace, di disponibilità, di apertura, rispetto al simbolo di chiusura dell’embargo. In effetti, neppure per ragioni sanitarie, nessun aereo era atterrato dal ’92 in Libia. Fummo accolti come eroi, ed era giusto; la riconoscenza del popolo libico fu grande, trentasette emittenti televisive, ricordo ancora, innalzarono i nostri nomi dentro un’esaltata descrizione, in lingua araba della nostra avventura. E il «colonnello» Gheddafi, Guida della rivoluzione, il solo titolo corrispondente alla sua missione, dichiarò che il nostro gesto era stato generoso e grande e ancor più perché noi eravamo cristiani e nessun musulmano aveva osato tanto dai Paesi vicini.

Nelle sue parole c’erano ammirazione e stupore. Iniziava il disgelo dopo l’isolamento e il vituperio (Gheddafi era considerato alla stregua di un terrorista), che avrebbe condotto all’attuale fase di piena riabilitazione fino ad accettare le condizioni imposte dalla Guida della rivoluzione. Se, infatti, l’embargo era odioso, l’atteggiamento di Gheddafi nei confronti dei terroristi era stato quanto meno ambiguo e nel giudizio di molti connivente, tanto da determinare le sanzioni dell’Onu. Negli incontri con lui durante la fase dell’ostracismo le dichiarazioni di odio nei confronti degli americani e anche l’istituzione di un museo nella casa bombardata dov’era morta una figlia, rappresentavano la evidente giustificazione di qualunque azione criminale gli venisse attribuita.

Di più, nei colloqui con gli italiani come accadde a me, in più occasioni, era inevitabile il riferimento alle violenze patite durante l’occupazione coloniale con una conseguente richiesta di risarcimento. In dieci anni il quadro è a tal punto mutato che non soltanto la Libia è tornata un Paese amico, liberata dall’embargo come noi avevamo auspicato, ma i nostri governi hanno accolto tutte le richieste di Gheddafi concedendogli i pretesi risarcimenti, nonostante gli espropri di terre e proprietà patiti dagli italiani con l’insediamento della Jamahiriya.

Dunque Gheddafi ha ottenuto quello che voleva e che dieci anni fa sembrava impensabile. Da ogni punto di vista, dunque, non abbiamo più debiti con lui, né morali, né materiali, in un bilanciamento di dare e avere a fasi alterne. Prodi e D’Alema hanno promesso, Berlusconi ha concesso, ed è arrivato a chiedere perdono al popolo libico. Un gesto nobile, perfino ridondante rispetto alla percezione di un Gheddafi terrorista che il tempo non può sanare come non si possono sanare le prevaricazioni e le violenze del colonialismo italiano. Ma questo è lo stato delle cose. E non resta, dunque, che chiedere a Gheddafi di rispettare i patti così come noi abbiamo fatto. Sarà dal 15 maggio, come indica il trattato, ma non può essere altrimenti perché da una mancanza di rispetto degli accordi venivano non prepotenze o arbitrii ma la morte di centinaia di persone abbandonate al loro destino su imbarcazioni di fortuna fatte partire senza controllo. Sulla testa di chi governa ricadrà la responsabilità di quelle morti. La stessa che Gheddafi lamentava per l’occupazione italiana o che le Nazioni Unite lamentavano per la connivenza fra governo libico e i terroristi dell’attentato di Lockerbie. Si sono se non cancellate, allontanate le responsabilità di quei momenti storici.

Oggi, Gheddafi per stare nel luogo che gli è stato attribuito dalle democrazie occidentali, deve garantire la vita e la sicurezza degli uomini e non lasciarli al rischio di una iniqua guerra della miseria e della povertà, tanto più terribile perché quelle donne, quei bambini, quegli uomini sono morti senza nome, morti di nessuno. Ma non senza che qualcuno ne abbia la responsabilità.