«Caro Gianfranco, da solo non vincerai mai»

«Ma non imiterò la Mussolini: non si fanno le battaglie andandosene»

da Milano

Daniela Santanchè sulla Stampa: «I colonnelli di Fini hanno le palle di velluto». Gianfranco Fini sul Corriere della Sera: «Mi spiace che per eccesso di protagonismo la Santanchè faccia del male a se stessa».
Difficile archiviarla come dialettica interna, più probabile, per usare un eufemismo, che in Alleanza nazionale stiano saltando le marcature. Santanchè contro tutti: che cosa vuol dimostrare onorevole?
«Niente. Io non sono contro nessuno. Voglio solo la democrazia dentro il mio partito, credo che il pensiero unico lo indebolisca».

Ma le sue parole hanno creato un discreto scompiglio?
«È vero, ma non era un mio obiettivo. E poi non fa male se ogni tanto qualcuno alza la voce».
Le ha telefonato Fini?
«No. E neanche me lo aspettavo. Lo ripeto, non è una guerra tra me e lui. Il problema non sono le persone, ma le idee. E non mi faccio coinvolgere dagli uomini nelle risse».
In An l’ha difesa solo Storace. Si aspettava più solidarietà?
«Guardi che il mio cellulare ha squillato tutto il giorno...»
E chi ha chiamato?
«Persone di destra, di sinistra e del mio partito».
I nomi?
«Non sarebbero contenti di vedersi sui giornali. E io non tradisco».
Pacs, velo, procreazione assistita: se Fini dice bianco, lei dice nero. Qual è il vostro problema?
«Non c’è gioco di squadra. Da soli non si vince. Sa quante volte An è rimasta spiazzata dalle uscite del suo presidente?»
Ma come, non è stata proprio lei a dire: «Un leader deve sempre essere avanti rispetto al partito»?
«Certo. Io non dico che sbaglia ogni volta, ma l’idea giusta deve uscire da una discussione che ora non c’è. Se ci fosse stata avremmo evitato molti strappi».
E ai colonnelli? Quelli, parole sue, «con gli attributi di velluto», che cosa rimprovera?
«Di sussurrare, di parlare nei corridoi. E di non capire che i problemi sono altri».
Episodi, episodi...
«Cosa crede, dopo l’uscita di Fini sulla procreazione assistita in An c’è stato uno tsunami, ma nessuno ha alzato la voce. Io non ho avuto paura di parlare, una donna di destra non parla alle spalle. Io voglio che il mio capo sia amato. Non temuto».
Lei ha detto: «A Fini dà fastidio la mia visibilità». Presidente di An, ex vicepremier e ministro degli Esteri: perché mai dovrebbe temere la sua ombra?
«Io parlo di cose vere, non mi occupo di tessere, di correnti. Ma di valori e di libertà che in questo momento rischiano di essere calpestati. E sarebbe un problema se il capo della destra italiana avesse dei dubbi a difenderli».
Qui di calpestato c’è anche il partito. Non teme una frattura?
«Solo perché qualcuno porta idee e discussioni?».
E se nessuno la seguisse nella sua battaglia?
«Andrò a dormire ugualmente tranquilla»
Potrebbe sempre lasciare An come Alessandra Mussolini?
«Mai. La Mussolini ha fatto un grave errore ad andarsene, le battaglie si fanno all’interno. An è la mia casa e Fini è il mio presidente. Un grande presidente».
E se qualcuno, diciamo Forza Italia, le facesse la corte?
«Non sono una donna abituata a essere corteggiata».
Il sospetto resta: non è che ha fatto tutto questo can can per qualche titolo in più...
«Ho bisogno di tutto tranne che di visibilità. Io esisto a prescindere».
...O perché Fini ha azzerato il dipartimento Pari Opportunità all’interno di An?
«Mi hanno spinto ad agire i fax delle coordinatrici regionali di An, donne che non hanno poltrone da difendere. Se avessi voluto tutelare la mia figura, sarei stata zitta».
E l’«eccesso di protagonismo» che le rimprovera Fini? Le ha fatto male quel giudizio?
«Mah, la vita è fatta di battaglie. Gli auguro di essere sereno come lo sono io. Conosco il fair play del mio presidente, so che non ha detto quelle parole per ferirmi».
Come minimo allora, Fini ha mancato di fair play?
«Non giudico le persone, altrimenti avrei fatto il magistrato».