«Caro Konchalovski sbagli: il cinema è vivo»

Giulio Petroni

Stimolante Andrei Konchalovski per le analisi e conclusioni estremistiche, anche se non del tutto condivisibili. Nel cinema, sviluppo tecnico e mutamento dei parametri estetici si sono riflessi sulla creazione artistica. Ma ne passa da qui ad asserire che da una videocamera e un computer possa scaturire il «cinema»; e che usando un sintetizzatore - sebbene ignari delle leggi dell’armonia e delle note - ci si possa trasformare in musicisti è da dimostrare.
Solo per il gusto del paradosso si potrà apprezzare la perentorietà di certe affermazioni sulla dispotica supremazia della tecnica, per cui «in un teatro di posa tutto sembra accadere automaticamente. Perfino senza regista i tecnici potrebbero girare il film! Ciò vale anche per importantissimi registi americani. È personale il linguaggio di Spielberg?» La mia risposta è: sì.
Poi Konchalovski si azzarda in teorizzazioni che, per un uomo di cinema quale lui è, hanno l’aria di un gioco al limite dell’assurdo, forse per esorcizzare un incontenibile misoneismo. Dice che quello di Spielberg «più che il suo, è il linguaggio del bravo operatore polacco, Janusz Kaminski, con cui Spielberg ha girato vari film, come La lista di Schindler. Appena il regista s’è rivolto ad altri operatori, il suo linguaggio è mancato».
Sarebbe come dire che Fellini ha realizzato Otto e 1/2 perché si è potuto servire del bravo operatore Gianni Di Venanzo. Stranamente poi ha fatto Amarcord con un altro bravo operatore, Giuseppe Rotunno, e Ginger e Fred con un altro bravo operatore, Tonino Delli Colli. Eppure sono tutt film di Fellini.
È vero: ai nostri giorni le leggi del mercato sono diventate implacabili e cifre enormi destinate non alla produzione, ma alla promozione, appesantiscono i budget, ma dal marasma della merce di consumo emergono spesso opere che recano l’impronta dell’uomo-artista piuttosto che quella dell'uomo robot. Mi riferisco all’industria cinematografica americana. Per quella - ben più modesta - italiana, le cause della crisi sono diverse. Ma questo è un altro discorso.
Il pessimismo di Konchalovski va ridimensionato. Il cinema dà ancora segnali di vitalità, forse non con la frequenza che auspicheremmo, ma la creatività dell’artista ha i suoi tempi. E poiché Konchalovski fa riferimento ai «contenuti», va detto che, ad esempio, i due film da lui stesso citati, Salvate il soldato Ryan e La lista di Schindler, non sono certamente privi di contenuti e, bisognerà aggiungere, non sono stati programmati in sale semivuote.
Per chiudere, farò notare che l’orinatoio in ceramica di Marcel Duchamp è del 1917 e che lo stesso Duchamp è vissuto tra l’Ottocento e il Novecento. Il «disincanto» dei giovani ha origini lontane.