«Caro Mieli, sei ancora il garante del “Corriere”?»

Ma tra i redattori c’è chi non ha gradito la linea morbida usata per il segretario ds

Paolo Brusorio

da Milano

Non sarà un faccia a faccia cruento e sul tavolo ci saranno anche altre grane interne, ma quando la settimana prossima, forse venerdì, il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli riceverà nel suo studio il comitato di redazione in formazione completa, (delegazioni di Milano e Roma), a una domanda soprattutto dovrà rispondere: «Caro direttore, sei ancora il nostro garante?».
Insomma, la scudisciata tirata da Piero Fassino in settimana («Il Corriere vuole destrutturare i ds, se vuol fare politica Mieli fondi un partito») ha lasciato il segno sulla fiancata della corazzata di via Solferino. Una cicatrice che il fumoso comunicato emerso ed emesso dall’assemblea di venerdì, e non da pochi ritenuto «troppo blando in relazione alle parole di Fassino» (a giustificazione che i due pesi e le due misure non fossero un’invenzione del Giornale), ha soltanto in parte curato. Se infatti si è quasi del tutto sollevato il mistero intorno ad un possibile scontro verbale tra il segretario diessino e le due giornaliste del Corriere della Sera che abitualmente seguono le vicende del Botteghino (la voce si era così diffusa che in assemblea qualcuno è rimasto spiazzato dal mancato intervento delle interessate e, il giorno dopo ancora si chiede «cosa possa essere successo nel frattempo»), rimane un punto da chiarire. Dove voleva andare a parare Fassino e, soprattutto, se e dove vuole andare a parare Mieli. Il comitato di redazione, per qualcuno trascinato un po’ troppo a sinistra dalla costola romana, ha le idee molto chiare in questo senso. Archivia il primo punto («con il comunicato abbiamo voluto ribadire che non c’è stata aggressione verbale nei confronti delle colleghe e poi rivendicare l’autonomia e la legittimità del lavoro dei giornalisti del Corriere»), ma affila i denti per la seconda questione. Come conferma Elisabetta Soglio, neo eletta rappresentante dei giornalisti di via Solferino: «A Mieli chiederemo se è ancora il nostro garante oppure se sta succedendo qualcosa che ci sfugge. Se, dunque, si fa tutore della nostra indipendenza. Perché il messaggio deve essere molto chiaro: i politici, tutti, facciano il loro mestiere che noi facciamo il nostro. Gli attacchi alle altre testate che hanno cavalcato la vicenda ? Non accettiamo lezioni di libertà da nessuno».
Insomma, in attesa dell’incontro con Mieli, il Corriere fa blocco. Il direttore, fanno capire i giornalisti, ha le armi per difendersi da solo, «per noi conta la sua parola». Però qualche crepa nel monolite milanese c’è. «Le parole di Fassino sanno più di un regolamento di conti all’interno della sinistra che di pressioni, ma da sempre il direttore del Corriere della Sera è oggetto dell’interesse dei politici. Con D’Alema e Berlusconi abbiamo avuto ben altri problemi» dice un giornalista, ma certo l’entrata a piedi uniti del leader della Quercia e le sue telefonate per correggere la rotta di Mieli a una buona parte della redazione non sono andate giù. C’è insomma una puzza di bruciato che il comunicato sindacale non è servito a disperdere. A gestire la vicenda non ci sarà, per la la prima volta da quasi vent’anni, Raffaele Fiengo. Lo storico sindacalista appena destituito, sta ai margini della questione: «Prima voglio vederci chiaro, poi se ne può riparlare». Lui di «rivolte» ne ha capeggiate tante e qui la situazione non è ancora di quelle incandescenti, ma lo potrebbe diventare. Come dice una penna di via Solferino «Mieli è salito su un taxi chiamato Corriere per andare da qualche altra parte». Se e dove è quello che vogliono sapere tutti. Non soltanto i suoi giornalisti e Piero Fassino.