Caro ministro Alfano, le spiego perché la giustizia ha il freno tirato

In aula: domande inutili, buone solo per far perdere tempo ai testimoni. I procedimenti si accumulano perché si dibatte sul nulla

Se c’è una verità che la tempesta perfetta chiamata crisi economica sta insegnando a tutti è questa: dobbiamo cambiare abitudini. Molte cose che facciamo da anni per inerzia non possiamo più continuare a farle nello stesso identico modo. C’ero arrivato da parecchio tempo in privato. Mi sono definitivamente persuaso dopo aver passato una mattinata al Palazzo di giustizia di Milano. Lì ho capito che il pur volenteroso Angelino Alfano s’è prefisso un compito immane. Mi creda, signor ministro: l’unica riforma possibile è infilare l’apparato giudiziario nel Bravo Simac.

Spiego perché. Circa un mese fa comincio a ricevere, con periodicità quasi settimanale, raccomandate da un avvocato di Bologna che difende un giornalista (mai conosciuto in vita mia), il quale è sotto processo per diffamazione su querela di un noto personaggio del jet set. Si chiamano «atti di intimazione testimoniale»: sono obbligato a riferire in aula, appunto in qualità di testimone, circostanze che potrebbero essere a mia conoscenza. Quali, lo ignoro. Solo che lo studio legale spedisce le raccomandate due o tre giorni prima dell’udienza, e per di più in redazione anziché a casa mia, cosicché io lo vengo sempre a sapere in ritardo.
Finalmente, alla quarta o quinta intimazione, riesco a presentarmi a Milano. L’avvocato del Giornale, fra l’altro, mi aveva informato che in caso di persistente renitenza avrei rischiato «l’accompagnamento coattivo a mezzo della forza pubblica nonché la condanna al pagamento di un’ammenda» (di 500 euro, pare). Non sono l’unico convocato: con me devono testimoniare gli amici e colleghi Pierluigi Magnaschi e Claudio Sabelli Fioretti; il direttore degli Affari legali della Rai, Rubens Esposito; il presidente della casa produttrice di format televisivi Endemol, Marco Bassetti; il presidente della Camera nazionale della moda, Mario Boselli; e via vippeggiando. Che cosa mai vorrà sapere il giudice da tutti noi? Mistero.

Ho dovuto mettermi in viaggio alle 7 per essere un’ora prima all’ingresso. Lunga coda. Si entra tre per volta. Svuotamento delle tasche. Suona l’allarme del metaldetector. Quale arma nasconderò? Mi passano gli abiti col rilevatore elettromagnetico: ohibò, salta fuori una bustina di caramelle balsamiche Fisherman’s Friend. «L’interno è foderato di stagnola», mi assolve il vigilante.
Nell’androne c’è più ressa che in un suk. Salgo al terzo piano, VII sezione penale. Sorpresa: trovo un altro amico chiamato a testimoniare, Marco Benatti, noto imprenditore del ramo pubblicità. All’ispezione giù di sotto è stato più fortunato di me: ha dovuto soltanto appoggiare lo zainetto, con dentro pc portatile, cellulare, agende, insomma mezzo ufficio, sul nastro trasportatore dei raggi X. La guardia giurata al monitor non ha visto che in una tasca c’era un coltello da campeggio. Non male, come controlli di sicurezza.
Le nebbie cominciano a diradarsi. Da me intervistato quattro anni fa sul Giornale, Benatti aveva dichiarato che lui non era in grado d’influenzare con la pubblicità i palinsesti televisivi, non essendo mai stato «né parrucchiere né imputato per spaccio di cocaina». L’affermazione gli era valsa una querela da parte di un manager dello spettacolo al quale si adattavano entrambe le situazioni. Quell’impresario negava d’essere stato uno spacciatore di droga. Adesso scopro che il giornalista a me ignoto è sotto processo per aver ripreso l’intervista col pubblicitario. Il querelante è lo stesso che trascinò in giudizio Benatti, ovviamente. È su questo punto che il signor giudice vorrà ascoltarmi?

Attendo paziente il mio turno sulle panche di pietra del corridoio. Mi chiamano in aula. Presto il giuramento di rito. Un avvocato mi chiede se intervistai Benatti e se egli fece l’affermazione contestata. Resto di stucco. E mi avete costretto a venire fin qui per questo? Vorrei che per me rispondesse Monsieur de La Palisse: scusate tanto, ma non avete lì davanti la fotocopia dell’intervista uscita sul Giornale?

Seconda domanda: «Sa se l’intervista ebbe uno strascico giudiziario?». Mi par di sognare. Scusate tanto, ma non avete lì davanti la fotocopia di un mio secondo articolo, uscito un anno dopo, in cui scrivevo che Benatti fu querelato dal manager di veline, attori e cantanti e che il procedimento giudiziario a carico del pubblicitario venne archiviato dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Monza perché la circostanza riferita era assolutamente autentica? Risulta infatti dagli atti che l’impresario non solo era stato imputato, come asseriva Benatti, bensì anche condannato con sentenza esecutiva per spaccio di droga, reato che comportò la custodia cautelare in carcere dal marzo al giugno 1989.

Fine dell’interrogatorio. Durata: cinque minuti scarsi. Ricapitolando: il processo ruotava attorno a una sentenza – mai impugnata e dunque passata in giudicato – con cui la Corte d’appello di Venezia condannò l’agente delle star a un anno e sei mesi di reclusione e a una multa di 2 milioni di lire «per aver, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, più volte acquistato e detenuto e venduto a terzi non modiche quantità di sostanza stupefacente». E i giudici di Milano hanno perso un’intera mattinata per farsi confermare da me che esiste una sentenza di condanna emessa dai loro colleghi di Venezia.

Ma non potevano procurarsela? Ne ho una copia persino io! A futura memoria fornisco gli estremi di repertorio con cui è rintracciabile presso il tribunale di Verona, un tempo città di residenza dell’imputato: «N.319/89 R.G. - N. 235/89/A P.M. - N. 133 SENT. R.A.». Formula esoterica, ma sono sicuro che lorsignori la prossima volta sapranno finalmente dove mettere le mani.
Siamo al teatro dell’assurdo, caro ministro Alfano. Come si può pretendere che la macchina della giustizia funzioni finché resterà ancorata a simili minuetti borbonici? C’è un signore piuttosto famoso che da anni va sostenendo di non aver mai avuto nulla a che fare con lo spaccio di droga e ripete questa incredibile bugia non soltanto sui giornali ma persino nelle aule giudiziarie. Anzi, arriva addirittura a querelare chi, sentenze alla mano, sostiene il contrario. Evidentemente è sicuro di farla franca. E da che cosa gli deriva questa certezza d’impunità? Dal fatto che nessuno, men che meno i magistrati, si prenderà la briga di scartabellare negli archivi giudiziari delle città in cui fu condannato tanti anni fa. Del resto come fai a cercare un atto se ne ignori l’esistenza?

Capito come s’intasa la macchina della giustizia, come si accumulano procedimenti su procedimenti e udienze su udienze? Praticamente si dibatte ogni giorno sul nulla. Mi permetto quindi di suggerire la riforma più urgente: un archivio nazionale accessibile a chiunque via Internet, in ordine alfabetico, che raccolga non dico tutte le sentenze di condanna o di assoluzione emesse nei vari gradi di giudizio, ma almeno quelle definitive. Perché o si garantisce al popolo italiano il sacrosanto diritto di sapere, consultando alla lettera «L», se a carico del cittadino Lorenzetto Stefano è mai stata pronunciata una condanna, oppure va immediatamente tolta per coerenza quella pomposa formula, «In nome del popolo italiano», che compare sul frontespizio delle sentenze.

So benissimo che la riforma della giustizia contempla il cosiddetto «processo telematico», cioè la progressiva informatizzazione degli archivi. Ma non capisco perché occorra tirarla tanto in lungo. Nel 2007 la Cassazione ha definito 47.959 procedimenti penali. Suddivisi per il numero delle province italiane, fanno meno di 450 fascicoli per città. Trasformare in un Pdf visionabile al computer la sentenza di 31 pagine per cui sono stato convocato a Milano ha richiesto con lo scanner di casa mia 8 secondi a foglio, circa 4 minuti. Se ogni tribunale d’Italia facesse altrettanto con le sentenze di propria competenza passate in giudicato non impiegherebbe più di una trentina d’ore l’anno. Una settimana di lavoro di un addetto della cancelleria. Manca il personale? Mi offro volontario, gratis, per la mia città. Consegnate a me le sentenze - tanto sono pubbliche, no? - e io nei ritagli di tempo ve le renderò immortali e indistruttibili infilandole nel vassoio della stampante HP Office Jet 7780, che fa tutto da sola e le trasforma in file Pdf (acronimo, per chi non lo sapesse, di portable document format, formato per documenti esportabili).

Postilla. Nessuno s’è degnato di spiegarmi chi paga le spese di trasferta dei testimoni e le giornate di lavoro perse dai medesimi, alcuni dei quali costretti a raggiungere Milano partendo da Roma o dalle montagne di Lavarone. In compenso sono riuscito a spiegarmi da solo come mai l’Italia abbia il record europeo del numero di avvocati, ben 213.081, contro i 139.789 del civilissimo Regno Unito: a parità di popolazione, quasi cinque volte più della Francia. Ecco una categoria che, insieme con i becchini, non risentirà mai della crisi.