Il caro nemico cui tutto riesce facile

Amedeo Guillet compie il 7 febbraio 100 anni. Quante persone in Italia - dove i media, quando raramente si sono ricordati di lui gli hanno appioppato l'erroneo ma più televisivo titolo di «Lawrence d'Arabia italiano» - sanno chi è questo servitore dello Stato? Un italiano di gran lunga superiore come soldato, diplomatico, pittore e pianista al famoso colonnello inglese ma che ha dovuto attendere il 2001 perché il presidente Ciampi lo nominasse cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare d'Italia riconoscendo in lui il soldato più decorato d'Italia. I francesi, gli inglesi, i tedeschi, gli arabi che hanno scritto su di lui sanno che, per quanto spettacolari siano state le gesta militari, esse sono soltanto una pagina di una vita trasformata in leggenda. Valga per tutte l'ultima grande carica di cavalleria in Africa, a Keru, nel 1942.
In fondo chi è questo penultimo barone Amedeo Guillet d'Albigny che, quando interrogato dai giornalisti, insiste per convincerli che tutto ciò che ha fatto è quanto di più naturale possa succedere a «qualunque servitore dello Stato in buona salute». Naturale, forse, per un soldato che conta dodici generali in famiglia e un Cardinale che partecipò in carrozza alla battaglia del Volturno fra garibaldini e borboni. Naturale, un po' meno, rifiutare di accettare la resa ordinata dal suo governo in Eritrea e continuare a combattere alla testa di una banda di volontari indigeni, senza paga e spesso senza cibo, per tener immobilizzate in Africa due divisioni britanniche.
Per lui fu così «naturale», dopo aver sciolto la sua banda, evitare la cattura trasformandosi in venditore di acqua indigeno per poi passare nello Yemen sotto il naso degli inglesi che avevano posto una taglia di 1000 sterline oro sul suo capo. Passato per le prigioni yemenite, e diventato come in un racconto di Mille e Una Notte maniscalco e addestratore della guardia reale dell'Imam, era per lui naturale lasciare queste sinecure per tornare in Italia su una nave della Croce rossa, chiuso in una cabina in quanto «pazzo pericoloso», arrivare a Roma qualche giorno prima dell'armistizio dell'8 settembre, passare il Volturno per presentarsi al re a Brindisi. Nella guerra di liberazione, fu per lui più che naturale attraversare ripetutamente le linee tedesche, recuperare oltre agli archivi del ministero degli Esteri, il tesoro del Waddam e le corone del Negus d'Etiopia.
Per Amedeo Guillet fu naturale declinare alte cariche del ministero della Guerra, dare le dimissioni dall'esercito, andare a studiare l'inglese a Londra, per potersi presentare al concorso di ammissione al ministero degli Esteri rifiutando di entrarci per meriti di guerra. Terzo segretario all'ambasciata del Cairo, amico di Nasser e di Dayan, era logico che tornasse in Yemen nel dopoguerra come primo capo della legazione italiana; logico che in quella posizione operasse per ostacolare la penetrazione sovietica nel Mar Rosso, ma non proprio «naturale» il riuscire a evitare con un’azione personale lo scoppio di ostilità fra Gran Bretagna e lo Yemen.
C’era solo da aspettarsi che, morto il suo amico e protettore, l'Imam Ahmed, Guillet salvasse la vita di suo figlio, l'Imam Badr, aiutandone la fuga durante il colpo di Stato nasseriota. Nominato ambasciatore in Giordania fu per lui «naturale» guadagnare la fiducia di Re Hussein al punto da venire, da questi, chiamato con l'appellativo di zio. Trasferito in Marocco fu per lui «naturale» salvare la vita a invitati alla festa di compleanno del re Hassan nel corso del colpo di Stato al palazzo di Skirat nel 1971. Tutto sempre apparentemente semplice e naturale, per questo diplomatico di cui pochi sanno il ruolo determinante all'Onu in difesa dell'Italia su Trieste e sull'Alto Adige. Andato in pensione nel 1976 era normale che si ritirasse in Irlanda ad allevare cavalli, cacciare a cavallo, dipingere e continuare a suonare con la mano trapassata da una delle tante pallottole che lo hanno colpito.
Questo è Amedeo Guillet, la persona «più naturale di questo mondo» il cui solo rammarico è stato di fallire nello sforzo più lungo e tenace della sua vita: portare la pace fra arabi ed ebrei in Palestina. Questo è Amedeo Guillet, il nemico a cui ho avuto l'onore di dare la caccia e la fortuna di non catturarlo durante la seconda guerra mondiale perché, se per mia e sua sventura questo fosse successo, io non potrei oggi ringraziarlo di avermi accettato come amico e di avermi insegnato cosa è l'onore, l'umiltà e la pietà di patria.