Il caro-petrolio costerà 600 miliardi

Record del barile a 117,60
dollari. L'Fmi: "Con i prezzi del greggio all’economia mondiale via un punto intero di pil". Stimati 43 miliardi di perdite per le banche Ue

Milano - Adesso ci si mettono anche i pirati. È bastato l’arrembaggio di un gruppo di moderni corsari a una petroliera giapponese, per spingere ieri il barile di greggio fino al nuovo record di 117,60 dollari. Ai mercati, ormai, basta qualsiasi pretesto per soffiare sul fuoco di prezzi sempre più cari e pronti a presentare un conto salato a tutti, nessuno escluso. Il Fondo monetario internazionale, con una buona dose di temerarietà considerata la volatilità dell’oro nero, ha previsto che il petrolio toglierà nel 2008 all’economia globale un intero punto percentuale di Pil. In soldoni, trattasi di circa 600 miliardi di dollari.
John Lipksy, direttore del Fondo, è convinto che a questi livelli le materie prime «hanno raggiunto livelli per cui rischiano di destabilizzare l’economia globale», perché finiscono anche per comprimere il potere d’acquisto della famiglie a causa di un’inflazione «scomodamente elevata» in Europa (al 3,6%) e negli Usa (4%). Serve una risposta a livello internazionale, suggerisce il numero uno del Fmi, e «azioni politiche sul campo degli investimenti». Proprio gli investimenti effettuati nel settore sono considerati dall’ad dell’Eni, Paolo Scaroni, la chiave in grado di riportare le quotazioni del petrolio «a 60-70 dollari in tre-quattro anni».

Le risposte da parte dell’Opec tardano però ad arrivare. I signori del petrolio si sono riuniti ieri in via informale a Roma, ma solo per ribadire di non voler aumentare i livelli produttivi. Per il Cartello, il mercato è sufficientemente rifornito, ed è solo la componente speculativa a muovere verso l’alto i prezzi. Anche se Rafael Ramirez, ministro venezuelano del petrolio, ha individuato tuttavia nel dollaro e nei problemi dell’economia Usa le cause scatenanti della febbre da oro nero.

Al di là delle ben note frizioni politiche tra Venezuela e Stati Uniti, si delinea in modo sempre più netto la spaccatura tra Paesi consumatori e Paesi produttori. I primi sono preoccupati per il possibile calo produttivo che potrebbe colpire Russia, Nigeria ed Arabia Saudita. L’Aie, qualche giorno fa, ha avvertito come nel 2008 la Russia potrebbe accusare una flessione dell’output, la prima dopo 10 anni. Secondo il Financial Times, invece, il Paese nigeriano rischia di perdere un terzo della produzione entro il 2015 se non troverà il modo di attirare capitali stranieri. E ancora: il Wall Street Journal, sostiene che Ryad non aumenterà la produzione dell’11% a partire dal 2009, come già annunciato, in assenza di dati rassicuranti sulla tenuta dei consumi. Preoccupazioni eccessive, scrive ancora il Wsj, dal momento che la domanda di greggio è destinata a crescere del 30% nei prossimi cinque anni. E anche l’Aie stima un incremento delle richieste di 1,3 milioni di barili al giorno a fronte degli 815mila barili in più messi a disposizione dall’Opec. Ma per la speculazione il quadro è sufficientemente perturbato da giustificare l’arrampicata dei prezzi.