Caro Pitta, esca dalla prima Repubblica

Caro prof Pittaluga, è con grande interesse che seguo il dibattito innescato da Massimiliano Lussana sulla sua futura collocazione politica. La sua risposta ,con precise spiegazioni, sembra non lasciare spazio al dubbio. Lei si trova benissimo dove si trova. Nulla da dire, ognuno si muove negli spazi mentali e culturali che meglio rispondono alle proprie aspettative. Ma in tutta onestà sono rimasto sorpreso dagli argomenti politici che stanno alla base della scelta. Provando a ragionare con la mente e non con il cuore in modo più asettico che emotivo, se sono vere le cose che ha detto e, quindi, se la pensa veramente così, direi che forse sono proprio i punti da lei evidenziati a rappresentare i possibili momenti di forza dai quali ripartire per il centrodestra genovese.
Il partito-azienda e la mancanza di tradizione di buon governo sono argomenti da Prima Repubblica e da partito che sta sulle ali e non certo al centro di uno schieramento politico moderno come il suo movimento. Dico questo perché lei identifica, nell’immaginario cittadino, l’intellettuale liberale e moderato, merce rarissima dalle nostre parti, con un Dna non di sinistra, che si propone alla politica nell’ottica di costruire un progetto. Ora assimilare la situazione nazionale con il locale non mi sembra che risponda alla situazione genovese. Il problema del centrodestra a Genova è «strutturalmente» diverso dal panorama nazionale. Politicamente altre sono le valenze politiche e sociali in atto qui, sul nostro territorio. Perché chi è un moderato per nascita a Genova dovrebbe preferire Pericu & C. anziché il nostro schieramento?
Nella nostra città molti sono i moderati che sono profondamente insoddisfatti dei dieci anni di Pericu, ma ahimè non gli viene proposto un progetto alternativo di città. Una città che metta finalmente i valori propri e il mercato al centro della politica cittadina. Certo sarà importante trovare «le punte» ma a Genova non è importante giocare a due a tre o quattro punte. Alla gente bisogna regalare un Progetto di città dai valori «forti» e non il brodino dei radical chic: l’identità culturale ed economica come motore per la rinascita della città, collante necessario tra la gente. Il moderato dovrebbe scegliere tra la politica «dell’orgoglio cittadino» (centrodestra) e quella del «relativismo a oltranza» (centrosinistra).
Sinceramente trovo quanto mai singolare che una persona che «ha una visione competitiva e non statica della politica» scelga un blocco di pietra come la coalizione di centrosinistra ligure e genovese. A Genova, da quando è iniziata l’era Pericu la parola più appropriata è conservatoratorismo. In questi anni la città è riuscita a non decidere nulla sul futuro di se stessa (in compenso si è rifatta il trucco). Si è tirato a campare con i soldi pubblici. L’unico progetto di città è stato quello di Renzo Piano di cui certo non ne è ispiratore il centrosinistra. I problemi della città sono tutti rimasti sul tavolo, dal 1997 al 2006. L’unica competizione che esiste è quella di Rifondazione Comunista che tira, un giorno sì e l’altro pure, per la maglietta «i quasi moderati» del centrosinistra con risultati entusiasmanti per la collettività. Negli ultimi dieci anni la concezione attiva del mercato e i processi di proposizione della città al mondo non sono stati i punti forti della gestione Pericu.
La tradizione del buon governo è cosa seria e Genova non rientra nel novero delle città che hanno saputo creare valore per i cittadini. I quartieri sono lasciati a se stessi nel più assoluto menefreghismo. La fuga dei cervelli, il turismo che non decolla, il porto che langue sono buchi neri di cui però non si deve parlare. O meglio parlare sì, ma nei modi «politicamente corretti». Genova è la città del politicamente corretto e del non dialogo. Dialogo e confronto con i cittadini mancano dal vocabolario del centrosinistra nonostante siano necessari per una corretta economia di mercato. La maggioranza si è sempre ritenuta depositaria della verità. Ho sempre creduto che il percorso politico di un moderato dovrebbe portare in dote il confronto come prima condizione per un sana e corretta relazione con i cittadini. Il centro propositivo dei moderati non può essere apparentato con Rifondazione e con i no global.
Lo svolgersi della vita pubblica in modo carsico è un fiore all’occhiello della coalizione di centrosinistra. Arriverei a dire che a Genova il tempo si è fermato tanto da essere sempre nella Prima Repubblica nel modo di fare politica. I fatti politici della Regione Liguria in questo ultimo anno lo testimoniano chiaramente. In un mondo dove il Vintage va sempre più di moda una politica sul modello Prima Repubblica non è poi così male. Karl Popper si rivolterebbe nella tomba a sentire parlare di mercato e società aperta a Genova! La proposta politica, per essere seria, deve basarsi su presupposti di qualità nelle idee e nei contenuti. Qualcuno oggi arriva a sostenere che i mercati sono di sinistra(?): non saprei, sta di fatto che a Genova, dove da sempre l’economia è di sinistra, ormai da molti anni siamo ingessati.
Caro Professore, da moderato a moderato, sarà colpa anche qui del partito-azienda? Con stima e simpatia