Caro professor Rossi, non sono i super tecnici a difendere l’economia

«Mercato d’azzardo», l’ultimo libro del giurista, è l’ennesimo atto d’accusa contro il capitalismo

«Salviamo il capitalismo dai capitalisti», ci ricordava qualche tempo fa Luigi Zingales in un fortunato volume, sottolineando come essi siano portati a utilizzare la redistribuzione delle risorse e il sistema regolatorio per far soldi in modo disonesto a danno di consumatori, concorrenti e contribuenti.
Di fronte alle tesi nuovamente esposte da Guido Rossi nel suo ultimo libro (Il mercato d’azzardo), anticipate da La Repubblica, viene da aggiungere che ormai è pure necessario difendere il diritto dai giuristi (che poi, grazie alle sue molte attività, Rossi sia al tempo stesso giurista e capitalista deve indurre a un impegno raddoppiato).
Nel brano apparso sul quotidiano romano il principale capo d’accusa rivolto al libero mercato è di essere «senza regole», tanto da minare la sovranità della politica. Ma se la seconda parte dell’affermazione è fondata, poiché è vero che l’espansione del mercato toglie spazio al ceto politico e a quanti proliferano intorno a esso, sulla prima parte è più che legittimo avanzare perplessità.
La differenza essenziale tra un mercato e una giungla, così come tra un mercato e un’economia pianificata o regolamentata (in cui varie consorterie strappano privilegi e imbrogliano il prossimo), sta proprio nel fatto che non c’è mercato dove manca ogni tutela della proprietà altrui e dove non si rispettano gli impegni sottoscritti. Ma queste condizioni sono costantemente negate in quegli ordini giuridici statizzati che tanto piacciono a Rossi, in cui il ceto politico tassa a dismisura, la redistribuzione favorisce alcuni e distrugge altri, le autorità colpiscono talune imprese per decretare il successo degli amici degli amici.
Il mercato capitalistico può affermarsi solo dove i princìpi del diritto sono radicati. Per questo in Russia come in larga parte del Terzo Mondo è tanto difficile prevedere una solida crescita. Ma questo è spiegato dal fatto che nessuna norma liberale può consolidarsi in società nelle quali - come vorrebbe il Nostro - la politica domina l’economia, tenendola sotto controllo. Nel testo di Rossi c’è una tesi, in particolare, che riesce sorprendente: quella secondo cui «nella storia del capitalismo la libera concorrenza è stata garantita non dal libero mercato, ma dalle leggi antitrust». Ma il primo atto della legislazione antitrust è lo Sherman Act statunitense del 1890! Eppure i primi passi del capitalismo sono universalmente riconosciuti nell’Europa medievale.
Per giunta esiste una vasta letteratura - da Rothbard ad Armentano, da Leoni a Kirzner, da Bork a Posner - contro la mitologia delle agenzie regolatorie. Se la scuola della Public Choice ha ben spiegato come gli interessi più forti sappiano usare l’Antitrust per chiudere il mercato, altri economisti hanno evidenziato che un sistema di mercato non ha nulla da temere (anzi!) da imprese di successo, le quali spesso eccellono in settori da loro stesse portati in vita. L’importante è che non vi siano norme che sbarrano la strada a nuovi concorrenti. C’è qualcosa di ironico, d’altra parte, nell’idea che il monopolio per eccellenza, lo Stato, possa proteggere tutti noi dalle aziende che meglio sono in grado di servirci.
Rossi si lamenta del fatto che pochi ormai contestino l’idea che «lo sviluppo economico può essere garantito solo dalla concorrenza». Contro «l’imperialismo» della libertà di impresa egli propone, semplicemente, un areopago di super-tecnici («un’autorità europea di vigilanza sui mercati finanziari») e quasi sembra firmare una sorta di candidatura.
Sia chiaro: il capitalismo «reale» ha molti problemi e un’infinità di difetti. In particolare, convive con poteri pubblici e authority che inducono tanti furbastri a tramare con politici e regolatori, invece che a produrre sempre meglio. Proprio per questo la soluzione prospettata da Rossi come un farmaco risulta essere una sorta di veleno mortale.