Caro Roberto, ricordati del sarto

Una citazione rovina il ritmo, spezza l’incantesimo, intralcia la lettura. Saviano scrive con una penna che scivola veloce, senza pause e senza incertezze: racconta, narra, romanza. Non sapremo mai quanto di vero c’è in «Gomorra» e quanto sia puro artificio narrativo. Chissenefrega, in fondo. Romanzo, saggio, inchiesta, reportage: a un buon libro non si danno etichette. Il suo ha raccontato per la prima volta la camorra come nessun altro: ha trasformato un argomento che si trascinava stancamente sulle pagine dei giornali in un «soggetto» da stampa internazionale, poi da documentari e film. Ca-sa-le-si. Scandito, come mai prima. Quanti a Codroipo sapevano prima di Gomorra chi fossero e che cosa facessero? Saviano conosce la scrittura e la lettura: non può essere andato in ogni singolo posto raccontato nel suo libro, non ha potuto assistere a ogni scambio, traffico o fatto che descrive in prima persona. Ha preso spunto dall’attualità, dai documenti dei magistrati, dagli atti dei processi e può aver succhiato anche da articoli di giornale. Non c’è niente di male, di più: ha fatto bene. Perché chi vive ogni giorno quella realtà e la racconta in un trafiletto a pagina 15, in quelle trenta righe per un delitto che non si negano mai a un morto ammazzato o a un’operazione antimafia o a un sequestro di droga, trova una miniera di informazioni che messe insieme diventano un romanzo. C’ha messo la testa, Saviano. C’ha messo la penna. Quella che forse, un cronista non ha. Se ha copiato, se s’è ispirato, se ha usato il lavoro di altri per se stesso non ha sbagliato. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Ora un processo stabilirà se c’è stato o meno plagio, se è vero o no che abbia copiato articoli di Simone Di Meo, un giornalista di Cronache di Napoli. Anche se l’avesse fatto nessuno tolga a Saviano i suoi numeri: vendere milioni di copie è un miracolo e convincere milioni di persone a leggere di Camorra è un miracolo al quadrato. Però cambia qualcosa. Cambia che Saviano sa quanto faticano i cronisti delle terre di mafia, sa che ci sono giornalisti che ogni giorno subiscono i ricatti e le intimidazioni che lui ha subito. Lui sa perché una storia così l’ha scritta in «Gomorra»: è quella del Sarto che cuce vestiti per conto terzi poi vede la notte degli Oscar e scopre che il suo vestito è finito addosso ad Angelina Jolie e lui, creatore di quella meraviglia non ha neanche un titolo nella coda della notte più magica della tv. Quel creatore di bellezza decide per reazione di diventare un autista di Camorra. Chi lavora ogni giorno per uno stipendio normale, ma rischia la vita per un articolo, è come il Sarto.
Saviano non può dimenticare. Lui ha avuto la protezione di un mondo grande, di editori, giornali, politici, magistrati. Gli altri no. Citare una come Rosaria Capacchione, la cronista del Mattino da anni minacciata dalla Camorra, è un atto di umanità oltre che di giustizia. Saviano ha avuto due anni per rendere a Di Meo l’onore: bastava un’intervista, una riga in un articolo, una citazione nel libro. Ha avuto palcoscenici, pagine di quotidiani e settimanali. Bastava dire la verità: «Ho scritto un romanzo basato su fatti veri e di questi fatti hanno scritto, oltre me, tizio, caio e sempronio». Prendere il lavoro di altri non è un furto, può essere un’ispirazione. Saviano e i savianisti hanno caricato di valore sociale «Gomorra». Se ce l’ha il libro, non può averla l’autore. Una citazione non costa niente. È giustizia, quella che Saviano avrebbe chiesto per sé. Quella che avrebbero chiesto tutti gli altri.