Caro Santoro, Milano non è il tuo reality

Ad AnnoZero in onda la città che va avanti a forza di sacrifici enormi. Però dimentica tutto il resto. La crisi economica è globale: la gente l'ha capito. E siamo certi che quando finirà ne usciremo perfino migliorati

La manager in pensione che racconta come abbia imparato a spegnere subito la luce, a stirare di sabato e domenica, a confrontare i prezzi dei supermercati. Gli operai dell'Iveco in cassa integrazione, che scendono dai 1.080 euro del salario ai 700 della cig. I vecchietti che si aggirano mesti tra gli scaffali della Coop, permettendosi solo cachi e sardine. Un'anziana che svela il suo menu serale: pugnetto di carne macinata e un poco di cavolfiore. Panoramiche nei settori dell'elettronica, dei libri, dei giocattoli, con commento adeguato: «Paesaggio spettrale, di compratori nemmeno l'ombra». Infine Oriana, nelle case popolari delle periferie, il ritratto più sconvolgente: trent'anni, separata, mamma di una bimba di due e di una seconda creatura in arrivo, sorpresa tempo fa mentre rubava carne al supermercato. Parole che fanno male a tutti: «Il medico mi aveva trovato valori sballati, consigliandomi di mangiare cose di sostanza, non solo pasta. Non avendo soldi, ho fatto questa sciocchezza. Lo so che non è giusto rubare, ma non mi sento in colpa. Perché non è giusto nemmeno che io non abbia da mangiare...».

C'è veramente tutto. Santoro su Milano, l'altra sera: un angosciante affresco da lamette ai polsi. Giornalisticamente, lavoro perfetto. Nessuna bugia, nessuna patacca. Santoro come il Balzac che descrive la tetra Parigi ottocentesca di «Papà Goriot», o come Hugo che racconta la stessa Parigi dei Miserabili, o come Dickens che dipinge la crudele Londra di Oliver Twist. Grandi città e atmosfere cupe. Umanità sfinita e sentimenti plumblei. Magistralmente conseguito il risultato della puntata di Annozero: demolire dalle fondamenta l'ottimismo sarcasticamente proposto nel titolo («Pane e ottimismo»).

Niente da dire: Santoro conferma la sua alta capacità chirurgica. Nel suo genere, resta indiscutibilmente il numero uno. Alla fine del sofisticato lavoro, inevitabile la più logica delle conclusioni: se è conciata così Milano, pur sempre la metropoli più evoluta della nazione Italia, facile intuire come sia ridotto il resto della penisola. Altro che ottimismo. Però c'è un però: oltre a dimostrare quanto Milano sia depressa e crepuscolare, Santoro dimostra ancora una volta quanto sia malleabile il materiale che maneggia. Una città enorme e complessa offre tutte le materie prime necessarie: serve solo l'artigiano giusto, che sappia selezionarle secondo il proprio afflato artistico.

Così, Santoro per primo sa che con minimo impegno potrebbe tranquillamente raccontare un'altra Milano. Gli basterebbe inviare le sue troupe nei raffinati bar degli happy hour, nelle discoteche della notte mondana, tra le vetrine dello shopping di Montenapo, alla prima della Scala, alle sfilate di moda. Ne uscirebbe una Milano decisamente diversa. Una Milano da film di Natale, popolata di vitelloni impenitenti, capitale di un nuovo dandismo, dove calciatori e giovani avvocati aggiungono tacche al proprio Winchester impallinando modelle e veline, nella grande caccia notturna.

Volendo, se gli servisse, Santoro firmerebbe con la solita classe anche quest'altro affresco di Milano. Non farebbe alcuna fatica. Milano florida, leggiadra, felice. Ma anche in questo caso, come l'altra sera, tutti quanti ci alzeremmo dalla poltrona ponendoci la stessa domanda: davvero Milano è questa? Davvero l'Italia è questa?

È la grande fatica di questi tempi: chiarire fino in fondo quale sia la vera Milano, quale sia la vera Italia. Quella di Oriana che ruba la carne per nutrire la creatura in grembo, o quella delle soubrettine in assetto da combattimento fino alle cinque di mattina?

Che sia difficile rispondere lo dimostrano gli stessi programmi Rai. Basta vedere, dopo Santoro, un qualunque Tg2 di mezza giornata: nell'inserto «Costume e società», come in un altro luogo e in un altro tempo, non si vedono che inviati nell'atto di chiedere pareri durante feste e kermesse capitoline, sui temi più vari e drammatici, tipo «meglio il collant o le autoreggenti?», «meglio l'Isola o la Talpa?», «meglio le Mauritius o una settimana di terapia del fieno a Bressanone?».

Cosa dire: forse, per comprendere un po' meglio l'Italia, basterebbe liberarci del santorismo, un registro artistico che punta dritto sugli estremi, e spostarci verso il centro della scena. Dove sta la media. Vista da qui, Milano non è poi così disperata. Vista da qui, l'Italia non è poi così terminale. Semplicemente, come tutti gli altri luoghi del mondo, Milano e l'Italia si trovano a combattere una crisi pesante. Una crisi planetaria ed epocale. Ormai abbiamo intuito che aria tira, anche senza continuare a inzupparci il biscotto per piccoli interessi di parte: bisogna trovare il modo di dare la carne a Oriana e alla sua creatura che nascerà, bisogna trovare il modo per consentire agli anziani di non mangiare solo cavolfiore, bisogna trovare il modo di restituire il lavoro ai cassintegrati. Per sapere tutto questo non c'è bisogno del catastrofismo tetro di Santoro: basta chiedere a Tremonti. È un periodo difficile, nel complesso siamo chiamati a nuovi sacrifici, a nuovi stili di vita, a nuove sobrietà. Ma non è detto che alla fine non ne usciremo pure migliori. Questa la situazione, questa l'epoca che ci tocca: il fatto veramente nuovo e incoraggiante, più delle puntate funebri di Annozero, è che tutti l'abbiamo finalmente capito.