Caro Sgarbi, io ho riscoperto la gioia

È naturale che chi ha sempre avuto molta confidenza con la notte abbia a noia il Capodanno, i brindisi e il tirar tardi di chi solitamente va a letto presto. Per chi ha passato gran parte della vita a fare l’alba - gozzovigliando o studiando, a seconda dell’umore, delle opportunità o delle necessità - la trasgressione di massa e rituale del 31 dicembre ha il sapore di un’invasione di campo. E quando il pubblico invade il campo, i professionisti si ritirano negli spogliatoi, smettono di giocare. Per me, anche non festeggiare il Natale o il mio compleanno ha sempre avuto la stessa logica di difendere una diversità dall’omologazione generale. Se non si crede al Natale cristiano non ha senso prendere parte a quello consumistico, dopo che per tutto l’anno ci si è beati di consumo o di ascesi. Quanto al compleanno, potrebbe sembrare strano che chi non si adatta volentieri alle feste degli altri non ami neppure la propria. Noi disprezzatori dell’allegria comandata (ci metto anche il carnevale, i ponti, Halloween, gli onomastici eccetera) siamo tali perché molto concentrati su noi medesimi, impegnati a celebrare ogni giorno la nostra preziosissima individualità, il nostro essere «diversi»: ci celebriamo 364 giorni l’anno, e quel trecentosessantacinquesimo, che dovrebbe ricordarci la gioia di essere al mondo, lo utilizziamo piuttosto per ricordarci che si avvicina la data della nostra scadenza, come quella stampigliata su una bottiglia di latte.
Figurarsi dunque se non capisco l’uggia di Vittorio Sgarbi, spiegata ieri su questa pagina, per i brindisi mezzanottini e le altre feste di rito. La capisco, ma non la condivido più. Quest’anno sono stato complice, con finta sorpresa e soddisfazione vera, di chi ha organizzato un’allegria per festeggiare la mia nascita. A Natale, poi, ero sotto l’albero, ridanciano come uno gnomo, fetta di panettone in una mano e tutte le altre - di colpo me n’erano spuntate tantissime - impegnate a porgere e a scartare regali. E state sicuri che stasera, a mezzanotte in punto, farò il mio brindisi in mezzo a altri, davanti al televisore per essere sicuro di stare in sincronia e in sintonia con tutti i coinquilini di fuso orario. Sbaciucchierò a destra, a manca e persino al centro gli astanti, impugnando la flûte d’ordinanza e con la voglia di tirare un’alba ilare e frivola.
Devo a mio figlio tutte queste devianze da abitudini e prese di posizione decennali. Il piccolo miracolante ha compiuto un anno da poco e non sapeva, ovvio, che fosse la sua festa, o la mia, o quella del Bambino Gesù o di Babbo Natale, ma era felice - e come - di avere intorno a sé sorrisi, risate, gridolini, entusiasmi, luci, colori. Ma il bello, caro lettore, è che non l’ho fatto mica per lui. Sì, all’inizio sì, poi l’empatia mi ha travolto. Se un bambino gode delle feste, e con il passare degli anni più sono rituali e più ne gode, di certo ha ragione lui. Libero com’è da machiavellismi e cerebralismi e individualismi, si bea dell’esultanza collettiva, e la sua lezione - così istintiva e sana - è inoppugnabile, invincibile.
La riprova è che nella festa di stasera, lui non c’entrerà proprio niente, anzi ne sarà escluso per forza di cose. Affidato a mani sicure (e sperando che non gli venga il pianto notturno, se no si torna indietro), i grandi si vestiranno di piume di pavone e andranno a spassarsela. Tanto, ho già scelto il mio buon proposito per l’anno prossimo e per tutti quelli che verranno: insegnare a mio figlio che si può essere diversi essendo uguali, a se stessi e agli altri.
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