Caro Sgarbi Milano chiede coraggio

Breve e cordiale risposta a Sgarbi, uomo di cultura che stimo amichevolmente, ma che non può pretendere adesione supina a tutte le sue esibizioni.
Primo: nel mio alternare lusinghe e biasimi, che egli cita, non ci sono né ambiguità né opportunismo. Come ben sanno i lettori, che mi conoscono fin dalla fondazione del Giornale, quando scrivo dico quel che vedo, quel che penso, quel che ritengo giusto, prescindendo da amicizie e interessi. Per quanto riguarda l’amministrazione di Milano, non ho risparmiato critiche neppure al mio caro amico Albertini, che è stato certamente uno dei migliori sindaci della città, senza che questo intaccasse la nostra amicizia. È quel che continuerò a fare. Diceva il mio amico Sciascia: l’intellettuale non deve ungere ma dar fastidio. Aggiungo: nell’interesse comune.
Secondo: ignavia vuol dire pigrizia, noncuranza, che a me è parso ci siano state nel caso del Festival del teatro. Del resto Sgarbi stesso ne addebita la perdita al fatto che i vertici di Regione, Provincia, Comune abbiano accettato di affidarsi al giudizio del governo. Insomma, il risultato qual è? Il Festival è a Napoli. Quanto al Festival della musica, perché mai dividerlo con un’altra città? Non è mancanza di fiducia in noi stessi? Un parere che confermo. Dividere un onere e un onore, se non è impotenza, irresolutezza, è almeno debolezza.
Per il resto, caro Sgarbi, la città, a mio mezzo, ti chiede coraggio e finalmente qualche grande e autonoma iniziativa. La tua cultura, la tua preparazione non hanno bisogno di certe esibizioni, inutili, credimi, per l’assessore alla Cultura di una grande città. Con liberale e liberissima amicizia, alla prossima!