Caro Soru, non sei Padre Pio. Il tuo giornale ti rende ridicolo

Caro Renato Soru, non è cambiata la mia considerazione di te, del tuo impegno per la difesa della bellezza che si è manifestata con la legge per impedire che si edifichi sulle coste sarde e con il divieto alle orride pale eoliche che sono altrove lo stupro autorizzato del paesaggio. In Sicilia, ora, il presidente Lombardo è intenzionato a muoversi nella tua direzione. Ma è stato immediato l’impulso a scriverti, e lo faccio con un giorno di ritardo, su Pierluigi Battista che ha osservato l’inclinazione agiografica nei tuoi confronti di un giornale laico come l’Unità che è di tua proprietà; e di Cristiano Gatti su Il Giornale dove anch’io scrivo.
Potrà essere questa una ragione di sospetto per te, essendo il Giornale della famiglia del tuo antagonista diretto-indiretto, Silvio Berlusconi. Ma, per quanto io mi sforzi di ricordare, non ho mai letto su Il Giornale articoli che abbiano descritto Berlusconi con la stessa dolcezza, grazia, affettuosità che ti manifestano i giornalisti de l’Unità. Tanto più che nel numero di domenica 11 gennaio si leggono ben quattro pagine piene con il confronto diretto, anche nella grafica, per apparente par condicio tra Berlusconi e te. Poi bastano i titoli per intendere l’orientamento: «Soru a Caprera»; «Berlusconi: farò tabula rasa delle leggi regionali». E ancora colonizzatori del cemento, l’assalto alla Sardegna e «questione di stile: quel duello a distanza tra velluto e bandana».
Mentre non voglio discutere le osservazioni dei tuoi giornalisti sul «solito» Berlusconi, del genere: «Da trent’anni Berlusconi fa affari in Sardegna, grazie al socio prestanome Romano Comincioli, plurindagato, assolto spesso dalle leggi ad personam, volute per l’amico ripagato alla maniera del Cavaliere: con il seggio al Senato». Naturalmente «gli affari di Comincioli passano dallo studio di commercialista del padre di Cappellacci, il candidato governatore del Pdl».
Fin qui tutto bene, ma quando inizia l’agiografia, che imbarazzo! Poco da aggiungere alle note ironiche di Battista e di Gatti, e anche di Pansa, l’apripista di queste considerazioni che aveva già trovato su l’Unità profonde riflessioni come: «Soru non porta la cravatta: un rigore informale» (ma poi su l’Unità dell’11 le foto mostrano un Berlusconi in camicia senza cravatta e un Soru in giacca e cravatta per ben due volte). In ogni caso non una contrapposizione a Berlusconi che da qualche tempo ha dismesso la cravatta in molte occasioni. Tutto l’articolo di Maria Zegarelli (che è capace di scrivere, senza ironia: «Eleganza sobria. Preferenza per il velluto scuro, lo ha scelto per l’inizio ufficiale della sua campagna elettorale: in Sardegna, nell’interno, il velluto è un tessuto fortemente identitario. Caro a stilisti come Antonio Marras, che dall’isola ha fatto balzare il suo nome in tutto il mondo e a sarti del calibro di Paolo Modolo. Scelte di stile»), è imbarazzante. Minimizza il conflitto di interessi, utilizza l’organo di proprietà del presidente per rappresentarlo, giuste le osservazioni di Battista, come «un angelo venuto a salvare la Sardegna».
Quando poi attacca Berlusconi, continua a fare riferimenti non a un potere reale, ma ad atteggiamenti, scelte di moda, trucchi: «Soru di lui dice: “è un colonizzatore” e infatti sull’isola qualche anno fa si è presentato con la bandana. Il suo look è noto nel mondo: cerone, fondotinta, luci studiate, barzellette, battute, pacche. Corna e risatone... i voti si chiedono a suon di cene, ricevimenti, effetti speciali, donne dalle capigliature fulgide e gambe chilometriche». Da cui deriva che l’elettore è un cretino e che vota Berlusconi per il suo fondotinta.
Ma il massimo è quando si conclude sulle virtù di Soru che, naturalmente, si comporta «al contrario di quanto accade nell’altra metà del campo» (anche se qualche volta arriva anche a mettersi la cravatta): «Modo di parlare diretto, privo di fronzoli. Niente trucco sul viso, nessun canale di comunicazione privilegiato con la stampa». E infatti gli articoli de l’Unità non appartengono alla stampa, ma alla propaganda e sono direttamente pagati dal padrone. Perché Maria Zegarelli si dimentica di ricordare che Soru è un padrone e che lei lo sta servendo, anche se ha un’attenuante (Soru, intendo, per la prona Zegarelli): «È uno degli uomini più ricchi d’Italia, ma le sue dimore sarde non sono dotate di parchi né di anfiteatri». Questo lo rende meno padrone.
Ora ti ho scritto, caro Renato, perché, non per superare l’evidente conflitto di interessi, ma per evitare il ridicolo e rispettare i tuoi elettori e i lettori del tuo giornale, tu faccia smettere questa insopportabile nenia che ti fa assomigliare più a Padre Pio che al prossimo governatore di una regione che hai già governato. Non vorrei che, se dovessi non ritrovarti in quel posto, la responsabilità toccasse a quei servi del padrone che non sei riuscito a controllare. So infatti che non dipende da te, ma che è una volontà della tua direttrice, Concita De Gregorio. Lo ha detto in modo definitivo Battista: «l’ Unità ne fa una “questione di stile” ma non sorveglia le penne, non frena l’entusiasmo di chi al computer vede in Soru l’incarnazione di tutto ciò che smentisce l’essenza etico-estetica del berlusconismo». Ascoltami, Renato, supera l’etica e l’estetica e fai politica. Affettuosi saluti, tuo Vittorio.