Caro Victor, Cara Juliette Cinquant’anni d’amore

Più di ventimila lettere, talvolta fino a otto al giorno: la relazione tra Hugo e la Drouet, sua amante e vera «sposa», svela il lato nascosto dello scrittore francese

Più di ventimila lettere - talvolta fino ad otto al giorno - Juliette Drouet, amante e vera sposa di Victor Hugo, ha scritto al suo «adorato» nel corso del loro legame cinquantennale, dal 1833 al 1883, anno della morte, di due anni precedente quella del poeta. «Donna ammirevole!» scrive Hugo un anno dopo la sua scomparsa. «Mi ama. Io l'amo. Cinquant'anni d'amore. Ci rivedremo nella vita futura!». E davvero Juliette fu la sua ombra, un angelo custode, abnegata, totalmente dedita al suo idolo, alla sua religione. «Oh, sì, sono la tua donna, non è vero, mio adorato? Me lo puoi confessare senza arrossire. E tuttavia il mio primo titolo, quello che voglio conservare tra tutti e al di sopra di tutti, è quello di tua amante, la tua amante appassionata, ardente, devota e che conta solo sul tuo sguardo per vivere, sul tuo sorriso per essere felice» (lettera del 18 novembre 1839). In quanto a Victor - il suo Toto - ricambiava di pari amore, conscio di dovere molto, su vari piani, alla compagna: «Le tue lettere, mia Juliette, sono il mio tesoro, il mio scrigno, la mia ricchezza. Esse contengono la nostra vita, giorno per giorno, pensiero per pensiero; e tutto ciò che hai sognato, tutto ciò che hai sofferto. Sono tanti piccoli meravigliosi specchi di cui ciascuno riflette un lato della tua bella anima» (lettera del 26 febbraio 1838).
Ma, come scrive Gabrielle Houbre nel catalogo della mostra parigina che oggi racconta questo amore, celebrando al contempo la figura della Drouet (Juliette Drouet-Victor Hugo, Mon âme à ton cœur s'est donnée... 1° dicembre 2006- 19 marzo 2007, a cura di Gérard Pouchain, Maison de Victor Hugo, 6, place des Vosges), è lei a vedere il mondo attraverso il prisma della sua passione per Hugo, incarnando in tal senso un principio di «femminilità archetipica».
Ombra del grande, ma non solo - e questo soprattutto la mostra intende dimostrare: una personalità spiccata, un istinto letterario non comune, sia nell'interpretazione dei testi del suo nume, sia nel personale esercizio della scrittura: il talento di epistolografa non è infatti il suo unico. A lei si devono preziosi ricordi della sua vita con Hugo, dei viaggi estivi che ogni anno li vedevano insieme per due o tre mesi, e che attendeva come il massimo dono; dai vagabondaggi per la Normandia, la Bretagna o lungo il Reno, in omnibus, in diligenza, per le stazioni di posta, Hugo riportava una gran quantità di acquerelli, di schizzi, di disegni, trascrizioni sovente più vicine al capriccio che all'appunto realistico (di essi la casa-museo offre sempre ampia rassegna), e Juliette impressioni vivissime di paesaggi, persone incontrate, episodi più o meno spiacevoli occorsi loro.
E ancora: lo stesso Hugo, nel momento in cui, per esigenze compositive, si trovava ad averne bisogno, chiedeva a Juliette di stilare pagine precise: abbiamo così i ricordi del convento, dove la ragazza, di umili origini e rimasta presto orfana, passò cinque anni della sua vita - tra punizioni corporali e angherie di ogni genere - dal 1816 al 1821 (ed entrati in parte nei Miserabili); e i ricordi «storici», della Parigi barricadiera del 1848 (Juliette tiene un diario dell'insurrezione, che lo scrittore riporta talvolta parola per parola in Choses vues), o del colpo di stato del 2 dicembre 1851, allorché Hugo capeggia il comitato di resistenza della sinistra repubblicana, dichiara Luigi Napoleone Bonaparte fuori legge e incita alla rivolta. Solo l'aiuto di Juliette gli permette di sfuggire alle rappresaglie e di lasciare clandestinamente Parigi per Bruxelles, l'11 dicembre 1851. Alla moglie, Adèle (con la quale, pur separati, il rapporto non si è mai interrotto), dall'esilio scrive lodando Juliette, colei che gli ha «salvato la vita», e senza la quale sarebbe «morto o deportato».
La mostra è ricchissima in materiale documentario e iconografico proveniente da diverse sedi: vi troviamo gli originali delle lettere e dei diari di Juliette (usciti nel 2006 in Francia a cura dello stesso Gérard Pouchain: Juliette Drouet, Souvenirs (1843-1854), Éditions des Femmes, pagg 330, euro 14,30), gli autografi del poeta, una serie di ritratti di lei. Di eventi e personaggi coevi rende testimonianza una serie di opere, di Daumier, Courbet, Manet, Carpeaux, Pradier (col quale Juliette ebbe una relazione, e una figlia, Claire, amata da Victor come sua), Rodin; di Corot il pregevole Le rêve: Paris incendié, septembre 1870. Vi sono inoltre le curiosità, i calepini di appunti del poeta, il biglietto amoroso di lei, precedente la loro prima notte d'amore: «Vieni a trovarmi stasera da M. me K. \ e stasera, oh!, stasera sarà tutto! Mi donerò a te tutta intera. J.». È il 16 febbraio 1833, ricorrenza che ogni anno Victor non mancherà di rievocare; del resto, nei Miserabili, il capitolo dedicato alla notte di nozze di Marius e di Cosette s'intitolerà appunto «Il 16 febbraio 1833».
Varie ed avvincenti le narrazioni contenute nel volume dei Souvenirs, vari e adeguati i registri: la prima, ripresa dal manoscritto conservato alla Bibliothèque Nationale ed ivi archiviato con il titolo Viaggio in cui Victor Hugo ha appreso la morte di Léopoldine, manoscritto di M. me Drouet, è angosciosa e toccante senza essere mai patetica: in viaggio dopo aver lasciato la figlia Léopoldine ormai sposa, Hugo apprende per caso da un giornale letto in una locanda della sua morte per annegamento (siamo nel 1843), e Juliette descrive il tragico ritorno a Parigi, la cupa disperazione del poeta. Darebbe ora la vita, perché al suo Toto fosse stato risparmiato un simile dolore, e per l'intero tragitto cerca di proteggerlo dal mondo esterno, dalla volgarità dei compagni di viaggio, dalla vista dei cimiteri. Agli antipodi, gli accenti di vera comicità di alcuni brani dell'esilio: ad esempio laddove lamenta la sporcizia degli inglesi, la loro arretratezza (non sanno lavare la biancheria, non conoscono i comodini «neppure di nome», e le poltrone per loro «sono ancora un mito»), la tristezza delle domeniche in città solitarie, prive di qualsiasi possibilità di svago, tranne quello del mangiare a quattro palmenti: «A differenza di Dio, che si riposò solo il settimo giorno dai suoi divini lavori, stomaci meno ortodossi dei loro si riposerebbero sei giorni, dopo una domenica di cibo inglese», commenta con sarcasmo.