Caro Vittorio, mi insulti e non capisci

Caro Vittorio,

alla mia intemerata, hai risposto con una intemerata e mezza. Ti conosco abbastanza per aspettarmi una risposta al vivace scambio di opinioni che ho avuto col tuo bravo vicedirettore Nicola Porro a proposito della «lista Anemone». Immaginavo di meritare un corsivo, non un editoriale. Evidentemente mi sottovaluto. So bene che se per la televisione pubblica è pressoché impossibile rispondere agli attacchi con la telecamera, non lo è per i giornali. E in fondo è giusto così. Andiamo al punto. Hai ricordato cortesemente che siamo amici e ci stimiamo. Ma stavolta il nostro reciproco dissenso resta immutato.

1. La lettera della signora Pedrelli dimostra quanto sia facile per quello che noi amiamo definire il “cittadino comune” prendere fischi per fiaschi. Non ho capito che cosa c’entrino in questa storia Berlusconi, i berluschini e i miei «amici potenti». Pur vivendo a Roma da più di quarant’anni non avevo mai sentito nominare Diego Anemone e gli altri signori della Cricca, tranne ovviamente Angelo Balducci con il quale peraltro non credo d’aver mai scambiato una parola. Non ho spulciato nemmeno nome per nome la famosa lista, ma dal poco che ho visto non mi pare che dentro ci fosse l’almanacco di Gotha. Anche lì, anzi, credo di non conoscere quasi nessuno. E quindi non capisco perché anche tu - fatto salvo il bel finale di un articolo - mi metta tra chi in questa storia sta dalla parte dei potenti. Quali?

2. Il discorso, caro Vittorio, è invece di metodo. Questa storia della Cricca ha colpito più di altre l’opinione pubblica per una ragione precisa: la casa. Noi italiani teniamo alla casa più che a ogni altro bene e nessuna mazzetta ci indigna come un favore ricevuto sulla casa. Ma appunto perché il modo di muoversi della Cricca è vergognoso, noi giornalisti dobbiamo stare molto attenti a dove appicchiamo l’incendio. Tu sai meglio di me che in vicende di questo genere l’opinione pubblica non va tanto per il sottile. Sai anche, perciò, che nonostante i distinguo di una riga e mezza, stare in quella lista o in altre ben più imbarazzanti per la gente è la stessa cosa. E mettere tutto nello stesso ventilatore può essere devastante. La mia indignazione è nata dal caso del regista Pupi Avati. E mi scuso con lui per doverlo citare ancora, visto che ha vissuto questa storia come un incubo. Avati conosceva Balducci e gli ha chiesto se poteva mandargli qualcuno che gli sistemasse un carrello portavivande. Balducci non gli ha mandato il signor Anemone, ma un artigiano che avrebbe potuto sistemare il bagno anche a me e a te. Lo ha pagato con un assegno di 4400 euro e per sua fortuna ha ritrovato la matrice. Qualche giorno fa si è sentito chiamare a casa a tardissima sera dal cronista giudiziario di un giornale che gli ha detto: «Mi spiega come mai lei sta nella lista Anemone?». Ad Avati è crollato il mondo addosso. Lista dove, a quanto pare, sta anche l’artigiano o comunque il signore che ha fatto il lavoretto ad Avati e che evidentemente lavorava per il costruttore romano. Pensa se una cosa del genere fosse capitata a me o a te. Saremmo finiti in prima pagina e chi avrebbe tolto dalla testa della gente che noi siamo protagonisti di oscuri traffici? Per un portavivande da quattromila euro?

3. So bene che mettere in pagina una lista è molto più comodo e rapido che farci una indagine. A Porro ho detto (animatamente, lo riconosco, ma era come una franca discussione al bar tra due colleghi) che sarebbe stato preferibile individuare nome per nome le persone indicate, capire perché Avati sta insieme, che so?, a una caserma dei carabinieri e risalire correttamente alle ragioni che possono aver indotto l’estensore della lista a fare di tutt’erba un fascio. La vicenda di Tangentopoli, che entrambi ricordiamo molto bene, caro Vittorio, dovrebbe averci insegnato che tanto più alto è il numero di delinquenti, tanto più forte dev’essere la nostra cautela nel dare in pasto nomi all’opinione pubblica, che li divora prima di averne capito il sapore. A essere garantisti si rischiano gli insulti di tante signore Pedrelli (e purtroppo anche i tuoi), ma è una strada dalla quale non vorrei allontanarmi, proprio perché sono stato testimone di tanti disastri, di tante persone vittime di calunnie irreparabili, di tante famiglie distrutte da un titolo in prima pagina e da una rettifica tardiva nell’ultima.

4. Un’ultima osservazione sulla vicenda di Garlasco. È vero, la posizione di Alberto Stasi mi sembrava debole. Ma mai - dico mai - nelle mie trasmissioni le tesi della difesa sono state ignorate. E tu lo sai meglio di tutti, visto che le hai spesso rappresentate con efficacia. Quel galantuomo del professor Giarda, a cui va il merito dell’assoluzione di Alberto, me lo ha riconosciuto con molta correttezza. Non vedo perciò dove stiano le pagliuzze e dove le travi.
Con amicizia, Bruno Vespa