Caro Walter non rinnegare la tua storia

Caro Veltroni,
tu ben conosci la stima che io nutro per te, come uomo e come politico, e - nell'imbarazzo in cui mi trovo nello scegliere a chi dare il mio voto nelle prossime elezioni politiche - quanto avrei preferito che foste tu, o Massimo D'Alema o Piero Fassino, o se diverse fossero le condizioni di forza e rappresentanza sociale e politica, anche Francesco Rutelli, a guidare la coalizione di centrosinistra invece dell'insignificante Romano Prodi, anche se lui, a differenza di voi quattro, nella sua «panoplia» per risolvere i gravi problemi del nostro Paese, ha un'arma in più di voi: lo «spiritismo» e la «teosofia»!
Ma non comprendo quale sia la strada che tu, insieme a Francesco Rutelli, anche per il suggerimento del caro mio amico Carlo De Benedetti dovreste intraprendere: quella della creazione di un nuovo e grande partito democratico, nel quale fare rifluire i «riformismi» democratici presenti nella cultura e nella struttura politica italiana. Un partito democratico moderno ed europeo dovrebbe essere un «partito delle libertà», un partito della sovranità popolare, un partito delle garanzie, un partito delle autonomie, ma anche un partito dell'economia di mercato, anche se non dell'«etica capitalista», secondo l'acuta distinzione anche di recente tracciata da Paolo Savona, e della «socialità liberale», un partito cioè liberaldemocratico riformista. Non si deve dimenticare infatti che il primo progetto di «Stato sociale» fu elaborato in Gran Bretagna da un liberale, e non da un laburista. L'«economia sociale di mercato» che portò il benessere economico e sociale nella sconfitta Germania, si deve all'economista liberale, cattolico e riformista Wihlelm Röpke, membro della Cdu della Repubblica Federale di Germania. Ma voi, postcomunisti, non potete essere questo!
Ebbene, anzitutto mi riesce difficile comprendere come tutti i «riformismi» possano rifluire in un unico e grande partito riformista, perché se analoghi possono essere i loro fini generali e anche il loro afflato morale, essi sono stati nella storia culturale e politica europea profondamente diversi tra di loro per ispirazione ideologica, e per fini e mezzi pratici. Un filo rosso lega il «riformismo» dei Ds a quello del Partito comunista italiano, partito di cui esso è l'erede storico e politico, quale «partito del comunismo nazionale», ed anche al movimento socialdemocratico europeo, salvo per un periodo ormai superato in cui diversa era la concezione dello Stato, del regime di libertà e della «sovranità nazionale». Nonostante le apparenze non un filo rosso, ma una robusta corda, lega il riformismo dei Ds, a parte le sue necessarie prudenze programmatiche di partito leader della sinistra e del centrosinistra italiano, con quello di Rifondazione comunista e del Partito dei Comunisti italiani. Non vedo quale filo lo possa invece legare mai, tanto da tessere la tela comune di un unico partito, con il riformismo liberaldemocratico di Francesco Rutelli, o con quello cristiano-democratico di Dario Franceschini, maggiormente certo invece con quello «postdossettiano» e «teodemocratico» di Romano Prodi.
Inoltre, la crisi del modello liberale e di mercato libero dello sviluppo europeo, renderà di nuovo attuali per i partiti di ispirazione socialista concetti come «classe», «nazionalizzazione», «imperialismo capitalista», ed anche sul piano politico, come intuito da Toni Negri, «proletariato», «egemonia della classe lavoratrice» e così via. D'altronde mi chiedo come tu, Massimo D'Alema, Piero Fassino, Cesare Salvi, quelli che al tempo della Bolognina io chiamavo con simpatia «I ragazzi della via Paal», che marxisti, leninisti o meno, o come te, neanche marxisti, ma tutti militanti del Partito comunista di Palmiro Togliatti e di Enrico Berlinguer siete stati ed ancora siete, possiate rinunciare al patrimonio di storia, di ideali e di lotte del vostro antico partito, e per la sua eredità di «partito diverso» possiate rinunciare all'ideale di esercitare attraverso il vostro partito postcomunista, se non più una «dittatura del proletariato», una per voi, i «migliori», «egemonia democratica», novello «Principe machiavelliano» di Gramsci. E non vedo come voi possiate rinunciare a ridiventare il partito di riferimento del movimento dei lavoratori, dei sindacati con le loro forme necessariamente classiste di lotta, compreso il mitico «sciopero generale», inteso come legittima arma di lotta politica, anche con l'uso della «violenza a bassa intensità», ed anche del fenomeno nuovo del «movimentismo». Voi non potete arrivare a rinnegare i vostri ideali, la vostra storia e voi stessi, perché non ne avete il diritto, così come non avete il diritto di impoverire la storia politica, civile e sociale del nostro Paese dell'apporto che alla causa della democrazia e della libertà ha dato la vostra azione ed anche quella del movimento operaio italiano nel Partito comunista italiano e nella Cgil, anche con «atti di violenza a bassa intensità»! Ed in Europa e nel mondo che sarebbe mai di questo nuovo partito democratico? Alleato ai liberaldemocratici europei ed al partito democratico americano, il partito di classe del capitalismo avanzato e moderno e dell'ideologia liberal? Credimi, molto più facile sarebbe che voi, anche con atti di violenza... a non bassa intensità convinceste i prodiani e gli ex-democristiani della Margherita a entrare nella grande famiglia del socialismo italiano, europeo e mondiale.
Un consiglio? Vincete anche con Prodi, che rappresenta certo un valore aggiunto costituto dai «nuovi poteri forti», industria, banche e finanze e da una larga fetta del mondo cattolico, sbarazzatevi di lui come Massimo D'Alema, Franco Marini ed anche nel nostro piccolo Clemente Mastella ed io riuscimmo a fare, ed appunto «tornate alle Storie»... e alla politica! Ci si è riusciti una volta, perché non ci si dovrebbe riuscire anche domani?
P.S. Ma che non sia vero che comunisti e filo comunisti, come mi dice l'amico Bertinotti, siamo rimasti solo in pochi, tra cui io? Perché allora mi considerate a «destra» del conservatore socialclericale Romano Prodi? Solo perché sono amico personale di Silvio Berlusconi e non voglio mandarlo in galera?