«Da Carosello alla Coppa Davis, la mia vita secondo Calopresti»

Roma«A ragazzì, ma che stai a fà, vieni a rete? Ma vattene a fondo campo, và», gli disse Nicola Pietrangeli, quando lui era soltanto Ascenzietto, il figlio del custode Ascenzio a guardia dei campi rossi del Parioli Tennis, dove i rampolli del generone romano, nei Sessanta del boom, imparavano dritto e rovescio, ammazzando il tempo alla vitellona. Ne è passata, di acqua, sotto ai ponti, da quando Adriano Panatta, il più famoso e vincente tennista italiano, da figlio del custode allenava Charlton Heston, di passaggio per un film in costume; girava i caroselli con Marilù Tolo, giocava con la macchinina del conte Romolo Vaselli, mentre la «dolce vita» gli scorreva accanto, lui ignaro, mortificabile, privo di mezzi. Adesso, lo sportivo che ha vinto gli Internazionali d’Italia (a Roma, nel 1976), il Roland Garros a Parigi e, con l'Italia, la Coppa Davis (numero quattro nella classifica mondiale) è un signore di 59 anni, piacente come all’epoca della sua storia con Loredana Bertè (alla quale presentò il collega Bjorn Borg, poi sposo di lei), ha scritto un’autobiografia, alla seconda ristampa in un mese (Più dritti che rovesci, Rizzoli) e si racconta nel docufilm di Mimmo Calopresti La maglietta rossa, fuori concorso, il 22 ottobre, al Festival Internazionale del Film di Roma.
Dopo i caroselli, un docufilm con Panatta nel ruolo di se stesso. Com’è finito in cinquanta minuti d’autobiografia?
«Da tempo il regista, mio amico personale, mi diceva che dovevo fare un film con lui, o fare l’attore. Ieri abbiamo girato l’ultima scena, al tennis club Vecchio Parioli, ormai ridotto a tre campetti diroccati. Calopresti mi lascia parlare, mi dice ciò che va bene, oppure no. Ha pure fatto una lunga ricerca d’archivio e si vedranno documenti rari degli anni Settanta. Io racconto me stesso, gioco a tennis, mi muovo per la città».
«Panatta milionario, Pinochet sanguinario» era lo slogan, nel 1976, all’alba della finale di Coppa Davis Italia-Cile. Perché indossò una maglietta rossa, prima di scendere in campo, come si narra nel docufilm?
«Fu una provocazione. Il simbolismo del colore rosso non significa nulla. Ero giovane e contrario al Cile di Pinochet. Una maglia nera non l’avrei mai messa».
Oggi, con la sinistra in rotta, lo rifarebbe?
«Quale sinistra?».
La stessa sinistra, nel 1976 contraria alla sua trasferta in Cile, dove vinse la Coppa Davis...
«All’epoca era l’estrema sinistra ad avercela con me. Fino all’ultimo non sapevo se saremmo partiti, o no. Con Andreotti al governo, la Federazione Tennis che tentennava... Non se ne usciva. Poi intervenne Berlinguer, dall’alto».
Enrico Berlinguer aveva potere di veto su una trasferta così importante, per la nazione?
«Sì. Fummo contenti quando Ignazio Pirastu, allora responsabile della politica sportiva del Pci, sbloccò la cosa. Oggi la sinistra ha perso appeal, verso le persone, né ha fatto nulla per accrescere il consenso».
Secondo lei, oggi la politica conta di più o di meno, nel mondo del tennis, rispetto ad epoche precedenti?
«Non conta più nulla. Quando giocavo io c’era il terrorismo».
Ha tre figli, più o meno trentenni. Che tipo di padre è?
«Uno che la sera vuole chiudere il recinto e avere tutti dentro».