La carovana della morte Inseguendo una scia nera lunga 156 carri funebri

nostro inviato all’Aquila

Ogni giorno, a qualunque ora, in qualsiasi angolo martoriato dell’Aquila, t’imbatti in ritratti indelebili quanto inimmaginabili solo una settimana fa. Non riesci a fare l’abitudine ai moribondi estratti dai detriti, alle bare bianche, alla parrocchia che barcolla e non crolla. Impossibile assuefarsi alle sirene, al tanfo di morte, alla caccia agli sciacalli. Ed è da stupidi pensare che l’ennesima scossa sia anche l’ultima, visto che ogni volta scappi via come la prima notte, sempre in cerca d’aria e spazi aperti. C’è sempre qualcosa che ti costringe a pensare, a fare i conti con te stesso. E ieri mattina il conto servito dal terremoto è arrivato dritto allo stomaco nel posto meno cerchiato dalle mappature dei sismologi: lungo l’autostrada per all’Aquila. Pigiando sull’acceleratore il pensiero per una volta non va ai moribondi, agli orfani, ai disastrati. Non indugia in quel coacervo di emozioni spesso difficili da raccontare. Spazia tra una musica alla radio e il panorama meraviglioso di questa terra sfortunata. Non hai la minima idea di cosa ti si sta per materializzare di fronte: un carro funebre, vuoto. E sin qui, amen. Scongiuri e niente più. Ma poi scorgi un altro carro, vuoto pure questo, che gli cammina davanti. E più in là un altro carro, un altro ancora, e ancora uno, e ancora, ancora carri vuoti, ancora. Ne contiamo fino a dieci, perché finiscono le dita. Ma in cinque minuti diventano trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, settanta, ottanta. Non è possibile. Non credi a quel che vedi, e ti scopri a contare senza sosta. Quando arrivi a cento pensi a cento persone morte. Che sono tante. Tantissime. Troppe. E quando credi, o pensi, che la conta è terminata, ti ricordi che il bollettino della prefettura ne elenca quasi trecento. Così non ti sorprendi quando ti ritrovi a spuntarne altri cinquanta nella più lunga carovana di becchini della storia d’Italia. Il serpentone di Mercedes, Cruiser e Bmw, colorati di nero o di grigio, presso l’alba punta lento verso l’Aquila per raccattare i defunti schierati sul piazzale della guardia di finanza e trasferirli ai cimiteri di Paese. Il corteo che sta per entrare in città ricopre chilometri d’asfalto. E il traffico curiosamente impazza. Pendolari e turisti pasquali procedono a singhiozzo. Sbandano pure. Frenano, buttano l’occhio, rallentano, si sporgono, accostano. Non sanno bene se mettere la freccia o rispettare religiosamente la coda. Al contrario i benzinai, gli agenti della Stradale o gli omini fosforescenti dell’Anas, guidano la mano nel segno della croce nonostante la prassi dica che no, non si fa, perché porta pure male quando il veicolo delle pompe funebri è senza cassa, privo di cuscino, sprovvisto di corone.
Ma peggio di così non può proprio andare. La processione dei centocinquantasei necrofori, che qui ancora chiamano vespilloni, abbandona l’autostrada per imboccare il viale che porta là dove tutta la città è destinata a ritrovarsi. Il corteo triste prende un’altra via, scompare pigramente per apparire in ordine sparso a cerimonia conclusa. Ognuno va lento per la propria strada, che è poi quella indicata dai parenti dei defunti. I furgoni muovono uno appresso all’altro, prendono le statali dei paesi dove insistono i relativi cimiteri ma il percorso è a ostacoli perché strade, ponti e tornanti sono rotti o interrotti. E così accompagnare per l’ultima volta papà o mamma, il figlio o l’amica, la nonna o lo zio, diventa una strazio. Un barbaro supplemento di dolore. La terra insiste a tremare, i cadaveri continuano a uscire, ormai prossima è la notte che si prospetta insonne di paura. I carri neri come le tenebre fanno quel che sono chiamati a fare: scaricano i feretri al camposanto prestabilito eppoi ripartono per la capitale. Stessa immagine dell’andata, ad eccezione dei flash dei curiosi che catturano l’evento nemmeno fossimo alla prima italiana del concerto di Madonna.