Carretta libero dopo sette anni di «manicomio»

Entro sei mesi il magistrato deciderà definitivamente sulla sorte del pluriomicida

Stefano Zurlo

da Milano

Libero. O quasi. In comunità, a Forlì. Ferdinando Carretta comincia una nuova vita e si toglie, come fosse un vestito logoro, il suo terribile passato. L’uomo che uccise i genitori e il fratello potrà andare a spasso, si cercherà un lavoro, dovrà solo sottoporsi periodicamente ai controlli dei servizi sociali. Nessuno può affermare che sia guarito dalla schizofrenia paranoica, il marchio di fabbrica del massacro commesso il 4 agosto 1989, ma i giudici hanno deciso di dargli una spinta verso la vita. E il reinserimento nella società, sia pure gradualmente. «Sono contento, qui mi trovo bene», sono le sue prime parole. Fra sei mesi, terminata questa fase di rodaggio chiamata licenza esperimento, la magistratura farà le sue valutazioni. E probabilmente gli darà il lasciapassare per rientrare ufficialmente nel mondo.
Da Parma, la sua città, era sparito in quella lontana, torrida, estate. Il Ferdinando Carretta numero uno, il malato grave, aveva eliminato a pistolettate i familiari e ne aveva buttato i corpi in una discarica da cui non sono più riemersi. Il Ferdinando Carretta numero due, autore di un crimine perfetto scambiato addirittura per fuga degli interessati, rimase acquattato a Londra, fino al 1998, guadagnandosi da vivere come pony express. In quell’anno, complice una banalissima multa, fu finalmente scovato e si capì che il padre Giuseppe, la madre Marta e il fratello Nicola non erano svaniti nel nulla.
Ferdinando confessò davanti alle telecamere di «Chi l’ha visto» e si rassegnò alla terza esistenza: l’ex manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere. Al processo infatti si stabilì che l’uomo non poteva stare sul banco degli imputati. A buttarlo giù la perizia psichiatrica che descrisse la sua patologia e le diede un nome: schizofrenia paranoica. Ferdinando Carretta, totalmente incapace di intendere e di volere all’epoca dei fatti contestati, schivò il carcere. A Castiglione delle Stiviere è rimasto sette anni e mezzo. Ora inizia il viaggio di ritorno verso la normalità. Formalmente, non è più un soggetto socialmente pericoloso. Ed entro sei mesi i giudici decideranno definitivamente.
Ce la farà? «Ferdinando - dice la zia, Adriana Chezzi - doveva rimanere ancora dentro. Questa notizia non mi può fare certamente piacere». E Carlo Petrelli, l’ispettore della polizia che per primo investigò sul caso, viaggia sulla stessa frequenza: «Non dimentichiamo che Carretta fu dichiarato incapace di intendere e di volere. E dunque forse è stato azzardato consentirgli ora tanta libertà». Adolfo Ferraro, direttore dell’ospedale psichiatrico di Aversa, prova a rovesciare il ragionamento: «Persone come Carretta non possono essere tenute dietro le sbarre per tutta la vita. Prima o poi escono e allora sette anni e mezzo possono essere un periodo adeguato per ripartire. Certo, nessuno può prendersi la responsabilità di dire che è guarito, ma forse è meglio dargli un po’ di libertà e controllarlo discretamente a distanza. Altrimenti c’è il rischio che le sue condizioni peggiorino».
Dunque, a Forlì. In un comunicato, la Cooperativa Sociale Tragitti, presa d’assalto da fotografi e cineoperatori, spiega il futuro prossimo dell’ingombrante inquilino: «Ogni ospite ha un percorso di riabilitazione personalizzatio e viene seguito giorno e notte da uno staff di 13 professionisti qualificati. Il percorso prevede attività individuali in base ai bisogni: inserimenti lavorativi e formativi, gestione della quotidianità, attività sportive. Questo significa acquisire o riacquisire competenze per inserirsi nuovamente nel contesto sociale».
A dargli una sorta di benedizione beneaugurale è l’altra zia, Paola Carretta: «Sono contenta che Ferdinando si rifaccia una vita. Nei suoi confronti non nutro rancore, il tempo lo aiuterà». Il 17 novembre dell’anno prossimo si scioglierà invece il nodo, fra il paradossale e l’imbarazzante, dell’eredità lasciata dai genitori di Ferdinando. Il patrimonio, del valore di 700mila euro, era passato alle zie, ma Ferdinando ha fatto causa. In primo grado ha perso, è in corso l’appello. «A Ferdinando - dice Paola - ho già fatto un’offerta generosa, proponendogli di dividere a metà. Lui non ha accettato ma speriamo ci ripensi perché sarebbe stupido farsi divorare i soldi delle spese legali».