Carrey come Jerry Lewis? No, sembra Alvaro Vitali

Alla vigilia dei cinquant'anni l'inaffidabile Jim Carrey dovrebbe decidersi: vuole diventare un attore, magari anche grande, o rimanere un guitto? La sua carriera è un’altalena continua di capolavori sfiorati e clamorosi bidoni. Se chiedete in giro vi diranno che è un comico e i suoi fan più accaniti aggiungeranno perfino che fa ridere. Oddio, se l’umorismo fosse fatto solo di smorfie, sarebbe il nuovo Charlot, invece di un imbarazzante clone al maschile di Meg Ryan, irraggiungibile vessillifera delle moine.
Vedere per credere nella sua vasta produzione di bufale Ace Ventura - Missione Africa e il facsimile Ace Ventura - L'acchiappanimali. Vero, sono due film vecchiotti, rispettivamente del ’94 e del ’95, ma rendono bene l'idea delle bassezze a cui è capace di ridursi chi è convinto di essere arrivato in cima all’Olimpo di Hollywood. Tanto per non far nomi, Alvaro Vitali e il povero Bombolo avrebbero rifiutato due pellicole così per ecceso di volgarità. Ma dato che al peggio non c'è mai fine, in entrambi i casi il pubblico ha gradito, eccome, facendo di Carrey un anticipato milionario.
Ora l’attore canadese, naturalizzato statunitense, ci riprova con gli animali. Il suo nuovo film, in uscita in Italia venerdì prossimo s'intitola I pinguini di Mr.Popper. Non è, restando vagamente in tema, per fare gli uccelli del malaugurio, ma da noi le prime di agosto hanno solitamente scarsissimo appeal. Sì, insomma, nove su dieci sono saldi da rigattiere. E la trama all’osso che giunge dall’America lascia poche speranze: un manager newyorchese riceve in eredità dal padre defunto sei pinguini di piccola stazza, e si presume, di scarsa educazione, e naturalmente se li tiene in casa. Facile immaginare che nell’ora e mezzo tra i titoli di testa e quelli di coda, i magnifici sette, Carrey compreso, combineranno disastri a ripetizione. Riuscendo a riavvicinare il marito fallito, nonché genitore svagato, a moglie e figli.
C’è di buono, che essendo gli incolpevoli pinguini molto più piccoli del rinoceronte coprotagonista di Missione Africa, lo sguaiato Carrey non potrà infilarsi nella loro bocca, né tantomeno trovare una provvidenziale via di fuga attraverso l’uscita, per così dire, di servizio. C’è anche da augurarsi che la consorte della finzione di Mr. Popper non subisca l’identica trasformazione di tale Ray Finkle, il discutibile personaggio che alla fine dell’Acchiappanimali si palesa nella sua doppia natura sessuale in un’atroce parodia di La moglie del soldato. Con agghiacciante guarnizione di parolacce a ruota libera e fragorosi rumori molesti.
Chissà che la presenza della gloriosa Angela Lansbury, popolarissima Signora in giallo, reclutata a ottantacinque anni per un ruolo di contorno nel nuovo film, non abbia indotto autori e primattore a darsi una calmata. Ovvero meno spazio alle gag da ventriloquo (indovinate voi da dove proviene spesso e volentieri la sua voce bis) e un linguaggio un po’ più civile (in confronto i nostri cinepanettoni, perennemente accusati di greve becerume, risuonano di soavi sinfonie).
Talento ne ha l’ex giovanotto snodabile, all’esordio definito con supremo sprezzo del ridicolo, l’erede di Jerry Lewis. Il quale ha lasciato elegantemente perdere, senza prendersi la briga di querelare l’ideatore del blasfemo accostamento. Carrey deve soltanto trovare, ammesso che non sia irrimediabilmente tardi, registi che gli tengano le briglie sul collo, limitandone l’accertata incontrollabilità. Probabilmente non è un caso se le sue prove migliori le ha date in film drammatici, tipo The Truman Show, Man on the Moon, The Majestic e il recente (2009) Christmas Carol, tratto da Dickens, dove interpreta, mirabilmente camuffato dal truccatore, sette personaggi diversi. In nessuno dei quali è riconoscibile. Forse proprio per questo sembra così bravo.