CARRIERA Una pittrice di carattere

L’unico vezzo era quella rosa bianca appuntata sui capelli che ricordava il suo nome: rosa alba in latino, Rosalba in italiano. E con quel fiore si ritrae nel primo autoritratto, dipinto verso il 1709-1710 per il Gran Principe Ferdinando de’ Medici. Non bella, ma affascinante e carismatica, Rosalba Carriera si rappresenta ufficialmente mentre dipinge la sorella Giovanna, più giovane di un paio d’anni e sua collaboratrice.
Ha 36-37 anni, ed è già nota in tutta Europa. «Ornamento d’Italia et prima pittrice de l’Europa» l’aveva definita il 2 maggio 1705 l’amico Christian Cole, uno dei tanti inglesi, innamorato dell’arte e giunto in Italia per il Grand Tour. A Venezia nel 1701 aveva conosciuto la pittrice ed era riuscito a farla entrare, il 27 settembre 1705, all’Accademia di San Luca a Roma, un onore riservato a pochissime donne e negato ad artisti maschi veneti come Gian Antonio Pellegrini, suo cognato, e, più tardi, anche al Tiepolo. Femminista ante litteram e single, Rosalba, specializzata in ritratti a pastello per borghesi e aristocratici, li abbelliva pur mantenendo intatti caratteri e psicologia. Volti di perla, parrucche d’argento, vaporose come zucchero filato, crinoline e pizzi, labbra sensibili, tremiti e sospiri. Eppure Rosalba sapeva cogliere ogni piega sotto la parata ufficiale di quell’inquieto Settecento.
È giusto dunque dedicarle una mostra, bella e importante, nella città, Venezia, dove era nata nel 1673 per morirvi, cieca e quasi pazza, nel 1757, duecentocinquant’anni fa. Curata da Giuseppe Pavanello, questa è la prima antologica dedicatale, con 55 opere tra acquerelli, pastelli, disegni, miniature, provenienti da collezioni e musei di tutta Europa. Dame, marchesi, principi, cardinali, giunti nella prima metà del XVIII secolo da Paesi stranieri per farsi immortalare da Rosalba, adesso sfilano ripercorrendone tutta l’attività. Dagli inizi come miniaturista agli anni di gloria come accademica di merito nell’Accademia di San Luca, dove aveva inviato una miniatura su avorio (Ragazza con colomba) elogiata da Carlo Maratta per quegli accordi di «bianco sopra bianco». Dai numerosi ritratti per i regnanti europei (Ritratto del principe elettore di Colonia Augusto di Baviera, Ritratto dell’imperatrice Elisabetta Cristina, a esempio) a quelli per amatori d’arte inglesi, che si precipitavano a Venezia nello studio della pittrice (Ritratto di George primo marchese di Townshend, Ritratto di Lewis Watson).
E poi il proficuo soggiorno parigino, nel 1720-1721, in cui Rosalba lavora freneticamente come ospite del collezionista Pierre Crozat. In meno di un anno dipinge 76 pastelli e 21 miniature, conosce il bel mondo, ritrae tra gli altri Mademoiselle de Nantes e il pittore Jean-Antoine Watteau, con cui ci deve esser stato del tenero: si scambiano visite, ritratti, complimenti. Lui la ritrae con rose bianche in grembo e l’iscrizione «Rosa Alba», lei lo rappresenta di profilo, parrucca bionda e lungo naso magro, giacca marrone e foulard bianco al collo, preso da quella malinconia di cui lei stessa soffriva quotidianamente. Watteau sarebbe morto trentasettenne un anno dopo. E lei, di dieci anni maggiore, avrebbe continuato a propugnare la sua incompatibilità verso «amori e pensieri di matrimonio» per il troppo lavoro e una natura fredda. Chissà se era davvero così.
Rosalba era bravissima anche nel ritrarre ecclesiastici e religiosi, studiati profondamente nel carattere, come racconta il Ritratto di Dionisio Le Blond, delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, databile verso il 1729. L’abate francese, che la pittrice conosceva sin dal 1704, appare nel suo incarnato diafano, il viso contornato da capelli grigi e l’espressione disincantata. E spesso trasformava i ritratti in allegorie, come le Quattro Stagioni della National Gallery di Dublino e i Quattro Elementi della Galleria d’Arte Antica di Roma, accostando loro attributi simbolici, come in quella suggestiva Allegoria dell’Inverno in cui ritrae se stessa in età matura. Ben diversa dal ritratto caricaturale a penna, conservato nella collezione Cini di Venezia, dedicatole dall’amico intellettuale Anton Maria Zanetti, che la disegna vecchia, con una sgraziata cuffia, la faccia macchiata e rugosa, un largo naso, gli occhi ridenti. Divertente, e forse non privo di verità, visto che Carlo VI considerava l’artista «valente, ma molto brutta».
Ammirata ai suoi tempi, tanto da essere indicata nel 1729 come «divina Rosalba» dal primo biografo, Pier Caterino Zeno, la pittrice riscuote poco successo nel corso dell’Ottocento, quando i suoi ritratti vengono considerati futili come il mondo che popolano. La riscoperta avviene alla fine di quel secolo e nella prima metà del XX con Roberto Longhi, Giovanni Testori e altri storici. Fu grande artista non solo nel trattare il pastello, che con la sua polvere delicata tracciava luci e ombre dell’anima sui volti dei personaggi, ma anche come manager di se stessa, in un tempo in cui la vita delle donne lavoratrici era difficile. Nata a Venezia da un padre cancelliere, era riuscita a imporsi, con l’aiuto dell’intelligente madre, nella sua casa-bottega di San Vio, iniziando come miniaturista di tabacchiere, per poi passare al pastello. Era stata forse quella la chiave vincente, in un momento di stanca del mercato tradizionale. Evitando la competizione con artisti maggiori, non iscritta a nessuna corporazione, Rosalba aveva seguito con tenacia la propria strada. Qualche vizio? La passione per il caffè, che prendeva tre volte al giorno sino a leccare la «chichera», come scriveva Giambattista Recanati. Qualche difettuccio? Le «buganze», cioè i geloni, come rivela ancora l’impietoso amico.
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LA MOSTRA
«Rosalba “Prima pittrice de l’Europa”». Venezia, Galleria di Palazzo Cini a San Vio, fino al 28 ottobre. Info: 0412710230 - www.cini.it.