Carro funebre in fuga: per fermarlo sparati 3 colpi

A fermare la folle corsa di una quarantina di minuti del conducente del carro funebre, non sono bastate le volanti e neppure i tre colpi di pistola esplosi dagli agenti. Al volante infatti c'era un autista in stato di alterazione, a causa della cocaina, ma soprattutto consumato da una rabbia interiore a lungo repressa: quella di non riuscire ancora, a distanza di due anni e mezzo, a dare un nome all’assassino della figlia Matilda Borin. La bimba, 22 mesi, colpita alla schiena, morì il 2 luglio del 2005 in una villetta di Roasi in provincia di Vercelli, tra le braccia di mamma Elena Romani, poi assolta dall’accusa di omicidio. A fermarlo dunque c'è voluta una strada chiusa, quella di via Lodi a Legnano. Simone Borin ha dovuto così arrendersi agli agenti, che l’hanno arrestato per una sfilza di reati.
La notte brava per il dipendente di un'impresa di onoranze funebri, inizia poco dopo l’una a Busto Arsizio in via XX settembre. Qualcuno nota l'uomo che, sceso dall'inconfondibile mezzo, inizia a prendere a calci le auto in sosta. Una volante lo intercetta poco dopo in via Castiglioni; gli si affianca ma il becchino accelera e scappa via. Al primo semaforo i poliziotti lo raggiungono; uno di loro scende e cerca di bloccarlo. Ma Borin tenta di investire l’agente, sradicando la portiera dell’Alfa e ferendo alla mano il poliziotto, che solo per un soffio fa in tempo a scansarsi ed evitare l’impatto.
Riparte la folle corsa, che prosegue per le vie di Castellanza; il mezzo funebre davanti, alle costole diverse auto della polizia nel frattempo confluite per dare man forte. Durante la pericolosa gimcana echeggiano anche tre colpi di pistola, quelli che gli uomini in divisa indirizzano al mezzo in fuga. Che non si ferma. Giunto a Legnano, Simone Borin imbocca la via Lodi ignaro che si tratti di una strada senza uscita. E quando finalmente si trova in fondo al vicolo cieco, prima di arrendersi, fa in tempo a prendere a testate un poliziotto.