Carroccio ai box, resa dei conti dopo il voto Lo stato maggiore lumbard promette il massimo impegno al secondo turno e allontana le sirene del Pd Calderoli smentisce frizioni col Pdl. Malumore per il mancato travaso dei delusi dal Cavaliere alla Lega

Roma«Bossi commenterà i risultati domani» aveva detto Calderoli qualche ora dopo la mazzata. Invece il grande capo (in attesa di un incontro chiarificatore con Berlusconi, finora sentito al telefono) è restato in silenzio anche nel day after, prima e dopo il vertice di quasi tre ore in via Bellerio per fare il punto, un po’ più a freddo, sulla magra raccolta ottenuta al Nord, in Padania. Generali e colonnelli (Maroni, Giorgetti, Reguzzoni, Cota) escono dal quartier generale senza dire niente, con l’eccezione di un Calderoli che, in versione pompiere, smentisce le frizioni con il Pdl (che in realtà sono forti, soprattutto col coordinatore Ignazio La Russa), annuncia una Lega «impegnata per vincere i ballottaggi di fine mese, Bossi per primo», impermeabili alle «sirene dell’ultimo momento» intonate soprattutto dal Pd. Quanto dovuto alla diplomazia e ai doveri dell’alleanza, ma sotto la facciata del partito si registrano smottamenti, anche con accenni di scaricabarile e accuse per trovare un «colpevole» non solo nel Pdl ma anche nella Lega.
Nel summit si sono analizzati uno per uno i tasselli del quadro leghista, alcuni positivi (in Veneto soprattutto, in Emilia Romagna anche), molti negativi (in Lombardia soprattutto), altri catastrofici come Milano, che i leghisti continuano a considerare una «anomalia». Bossi si aspettava qualcosa di negativo (e infatti aveva messo le mani avanti dicendo che se fosse andata male, sarebbe stata colpa di Berlusconi, non sua), però non così negativo. E soprattutto si pensava che i delusi del Pdl si sarebbero spostati sulla Lega, cosa che non è avvenuta. Così si è rotto un meccanismo che, nelle intenzioni dei vertici leghisti, poteva preludere ad una fase nuova anche al governo, con un nuovo premier (Maroni o Tremonti) spinto dal boom leghista a scapito del Pdl. Invece non c’è stato il colpaccio e l’esperimento delle corse solitarie non ha dato i risultati sperati. «É la fine del berlusconismo, ma con questi numeri non possiamo presentare Bobo (Maroni, ndr) premier, quindi tocca al sornione Tremonti, l’operazione parte a settembre» racconta un parlamentare della Lega a microfoni spenti. Verità o fantapolitica? Un importante esponente della Lega a Milano (tutti coperti da anonimato perchè l’ordine è silenzio) ci dice: «Fino ai ballottaggi si lavora pancia a terra insieme al Pdl. Dopo? Dopo vediamo...».
Però bisogna fare i conti anche con se stessi, con il calo politico della Lega, che c’è, anche se la somma numerica dei sindaci è leggermente aumentata. Perché? I parlamentari che stanno raccogliendo gli umori dell’elettorato si sentono ripetere spesso la parola «immigrati». La questione profughi, con i permessi di soggiorno provvisori, non è stata gestita in un modo gradito alla base. Che non imputa a Maroni delle colpe specifiche («il ministro si è trovato in mezzo a una tempesta, stretto tra una guerra che la Lega non voleva e un’Europa indifferente» spiega un dirigente di primo piano) ma che rimprovera al Carroccio di non essere stato abbastanza deciso e «leghista» in quest’emergenza, minacciando anche di far saltare il tavolo pur di non accettare gli sbarchi. Ha pesato questo punto, poi l’accondiscenza dei vertici su certe vicende del Pdl mal sopportate dai padani, la guerra in Libia, ma anche certi pasticci che la Lega sta combinando, con personaggi discutibili e qualche inchiesta giudiziaria imbarazzante. Un fronte caldo è Brescia, che è poi il collegio dove è stato imposto alle Regionali Renzo Bossi, provocando molti malumori nella Lega. In molti comuni bresciani la Lega non a caso ha pagato dazio, sconfitta dal centrosinistra. «Quella è la zona del clan del Trota» sussurra un senatore leghista. Ma ci sono problemi anche nella zona di Varese, cuore del leghismo, dove il sindaco Attilio Fontana è costretto al secondo turno, come a Gallarate (per 160 voti, da ricontare secondo la Lega), rispetto a cui il presidente dell’Anci lombardia (fedele di Giorgetti e Maroni) invita a votare Pd e non Pdl al secondo turno, tanto per capire l’aria che tira.
Il modello vincente è quello trevigiano, con la lista civica-ultraleghista «Razza piave» (il listino del candidato della Lega) quarta forza - a sorpresa - nella provincia di Treviso. La Lega dura e pura. Però serve realpolitik, e Bossi deve tenere insieme tutto, umori indipendentisti e lucidità strategica. In questo senso l’alleanza col Pdl, per quanto problematica, resta pur sempre una prospettiva solida, difficile da mandare all’aria così. Tutto da ripensare, ma dopo il turno definitivo. Sospesi anche, in Parlamento, i punti caldi, come la verifica sul rimpasto di governo, rimandato dai capigruppo del Senato a data futura. Dopo il voto. Poi si vedrà.