Il Carroccio sbaglia tutto se vuol correre da solo

Solo il referendum del 2 giugno 1946, quello in cui gli elettori furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica, ebbe un significato storico. Ma gli altri non produssero buoni effetti. Un referendum cancellò il nucleare dal nostro Paese, un altro stabilì la responsabilità civile dei giudici: non portò bene a chi lo aveva promosso, ma provocò i giudici. I referendum Segni cancellarono la proporzionale dalle elezioni politiche, distruggendo così le condizioni del partito cattolico e determinando la fine di tutti i partiti democratici. C'è da tremare quando compare Mario Segni dinanzi a un tavolo per raccogliere le firme. Il referendum di giugno è una «prodezza», nasce da Arturo Parisi, la mente politologica di Romano Prodi per rendere possibile il Partito democratico che allora si chiamava Ulivo.
I referendum sono una stortura in un regime parlamentare in cui le istituzioni sono rappresentative e debbono garantire l'unità del governo. Ed era una torsione dell'istituto referendario abbinarlo a eventi politici come le elezioni europee per procurare elettori che il referendum sul premio di maggioranza non avrebbe convocato.
La posizione della Lega Nord, critica della congiunzione del referendum elettorale con le elezioni europee, è dunque giusta, è il referendum a essere sbagliato. Berlusconi non avrebbe certamente appoggiato il sì referendario, perché ben conscio che la Lega Nord, nella sua particolarità, è un elemento essenziale del cambio politico che egli rappresenta. Anche se Gianfranco Fini appoggerà il referendum per onore di firma, il traino non coinvolgerà la maggioranza della maggioranza nel corpo elettorale.
Il terremoto in Abruzzo pone però un problema, che è quello di risparmiare una giornata elettorale che andrà a vuoto, costituendo un danno per la credibilità della democrazia e della stessa maggioranza. La Lega ha reso impossibile la concentrazione elettorale del voto europeo e referendario il 7 giugno. Ha temuto che il Pd e parte del Pdl approfittassero della congiunzione per tentare un colpo gobbo ai danni della Lega. Bossi ha tutelato le ragioni del suo partito, della sua differenza, ma a danno dell'immagine complessiva della coalizione. E la Lega Nord ha bisogno della coalizione, perché il partito delle valli del nord non può esistere se non è collegato a un supporto nazionale e a un governo, se non ha il presidio dello Stato che vuole riformare. Se non avesse partecipato vittoriosamente al governo Berlusconi, il movimento leghista si sarebbe spezzato in Lega lombarda e in Lega veneta, e magari in leghe cittadine, data la natura comunale del movimento che si valorizza nei comuni e ancor più nelle province. E avrebbe trovato contro di sé la reazione del sistema Paese e dei poteri forti.
La Lega Nord ha futuro solo se la coalizione berlusconiana prevale come forza di governo e sarebbe naturale che la Lega perseguisse le sue finalità all'interno della maggioranza. Calderoli ha invece impostato la gestione del federalismo fiscale come una questione trasversale, negoziandola più con l'opposizione che con la maggioranza. E ha perseguito le sue politiche come se i ministri leghisti rispondessero soltanto al popolo leghista. Lo si è visto persino nella questione delle quote latte.
Non è pensabile che Berlusconi gestisca l'emergenza nata dalla crisi economica mondiale e quella sorta dal terremoto in Abruzzo, mentre Roberto Calderoli conduce in modo solitario non solo l'elaborazione del federalismo fiscale, ma la riforma della Costituzione. E sembra limitarsi alla riforma del bicameralismo costituendo il Senato delle Regioni e riducendo il numero dei parlamentari.
Il nucleo fondamentale della riforma deve essere quello che la Costituzione del '47 ha lasciato in bianco, cioè i rapporti tra Parlamento e governo. E quindi i poteri del presidente del Consiglio di nominare e revocare i ministri e di sciogliere il Parlamento.
Il federalismo tedesco che funziona si fonda su un governo forte e questo deve accadere anche in Italia. La crisi in cui viviamo non si risolve nei Comuni ma nello Stato. E la Lega Nord deve saperlo.
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