Carrozze reali nel «tesoro» di Bassolino

Fabrizio De Feo

da Roma

All’ombra del Vesuvio qualcuno li ha già ribattezzati Cenerentola e il Principe azzurro. D’altra parte l’abilità di Rosa Russo Jervolino e di Antonio Bassolino nel raccontare la favola di un presunto Rinascimento napoletano è degna dell’affabulatore più consumato. Basta un tocco di comunicazione ben assestata, un pizzico di stampa compiacente e i topolini cambiano forma e si trasformano in meravigliosi cavalli lipizzani.
Ci sarebbero anche le zucche da tramutare in carrozze, naturalmente. Ma per quest’ultime non è necessario ricorrere alla bacchetta magica. Basta consultare il faldone da più di 450 pagine che illustra il patrimonio immobiliare e mobiliare della Regione Campania per scoprire che, grazie al lascito di un’eredità (peraltro contesa dal ministero del Tesoro) l’istituzione del governatore Bassolino possiede anche «carrozze e finimenti d’epoca, in fase di valutazione, presso i locali dell’ex Istituto d’Incremento Ippico in Santa Maria Capua Vetere». Come dire che se il «cesarismo bassoliniano» dovesse degenerare, per il governatore è già pronto un mezzo di trasporto adeguato: una carrozza imperiale.
Scorrendo il patrimonio della Regione questo non è certo l’unico articolo che colpisce l’immaginazione del lettore. Grazie al «lascito Quintieri», la Regione dispone infatti anche di abat-jour, acquasantiere, bistecchiere, candelabri, dieci consolle in marmo e in noce per un valore che va da 500 a 20mila euro, comò da 7mila euro, divani in legno da 25mila euro, lampadari in vetro di Murano da 25mila e 36mila euro, quattro quadri di Giacinto Diano a 103mila euro ciascuno, un quadro del pittore fiorentino Domenico Puligo, valutato in 232mila euro, sofà veneziani da 10mila euro, una statuetta in porcellana da 10.329 euro.
Il tutto per un valore complessivo, per i beni di questa eredità, di 3 milioni 200mila euro. Una cifra ricavata, forse, anche attraverso una stima un po’ generosa di alcuni articoli, visto che, per fare un esempio, un materasso, una coperta e un cuscino vengono accreditati del valore di 41.316 euro complessivi.
Ma a quanto ammonta in totale il patrimonio mobiliare e immobiliare campano? La valutazione ufficiale compiuta dagli esperti di Palazzo San Giacomo indica in 459 milioni 468mila 935 euro la consistenza patrimoniale della Regione. Degli immobili di proprietà i fabbricati utilizzati direttamente per fini istituzionali rappresentano circa il 52% del totale, quelli in fitto il 35%. Il rimanente 13% rappresenta cespiti concessi in comodato d’uso, oggetto di occupazione abusiva o liberi per diversi motivi. Il reddito di questi immobili nell’anno 2004 è stato di oltre 11,64 milioni di euro. Gli immobili, invece, di proprietà aliena, utilizzati per sedi istituzionali sono 68 e per essi nell’anno 2004 è stato versato un importo, per fitti passivi, di circa 17,76 milioni di euro. La Regione Campania, inoltre, nell’anno 2004 ha effettuato interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria su propri immobili per un importo di circa 2,4 milioni di euro.
C’è poi il capitolo «artistico». Scorrendo il faldone che riporta la mappa degli immobili sparsi in tutte le province campane, si scopre che la Regione negli anni bassoliniani ha acquisito molte opere d’arte. «Nel dicembre 2001», si legge nel documento «la Regione Campania ha acquistato, in comunione con la Fondazione Rossini di Pesaro, un volume contenente 250 lettere del compositore all’asta di Sotheby’s a Londra, al prezzo pro capite di 75.802,97. Inoltre, sono stati acquisiti al patrimonio regionale, tra l’anno 2002 e 2003, le opere, stimate dal professor Achille Bonito Oliva, degli artisti: Jannis Kounellis, Sol Le Witt e di Rebecca Horn, per un valore di mercato pari a 2.100.000,00 di euro e le foto di Mimmo Iodice per un importo di euro 30.000,00».
Non manca un capitolo dedicato alle società partecipate: ovvero a uno degli strumenti più discussi e discutibili dell’era bassoliniana. Si tratta di quelle che i diessini Cesare Salvi e Massimo Villone, nel loro libro di denuncia degli sprechi d’Italia, definiscono «società miste che nessuna istituzione sa quantificare», ma che «per i politici locali diventano un personal business». Ebbene, il consuntivo del patrimonio di Palazzo San Giacomo una pennellata di chiarezza la concede. In Campania le società partecipate risultano essere 58, con una quota di partecipazione di 106 milioni 248mila euro erogata dalla Regione. Un numero elevatissimo che fa di questi enti un formidabile strumento di consenso e accende il fuoco della critica ormai ad ogni livello. Perfino la Cisl, con il suo responsabile del mercato del lavoro napoletano, Carlo D’Andrea, prende ormai una posizione di netta condanna. «Le società miste di Regione, Provincia e Comune sono nate per stabilizzare gli Lsu ma sono diventate un carrozzone politico con consulenze d’oro ed enormi sprechi» denuncia D’Andrea. «Bisogna invertire la rotta». E il capogruppo in consiglio regionale del Nuovo Psi, Massimo Grimaldi, si spinge fino a chiedere una commissione d’inchiesta. «Alcune società ricevono dalla Regione contributi di 7 milioni di euro per gli investimenti e ne spendono il doppio per le spese correnti» spiega Grimaldi. «Se si trattasse di aziende private avrebbero già chiuso i battenti. È ora di fare chiarezza con un’inchiesta». C’è da giurare, però, che difficilmente l’appetito di questo mostro divora-bilancio potrà essere placato con semplici propositi anti-sprechi. Più semplice che qualcuno, con un colpo di bacchetta magica comunicativa, provi a trasformarlo in principe.