Un «carrozzone» fermato troppo tardi

La rivoluzione d’ottobre di via Caltanissetta è il naturale epilogo di una situazione kafkiana, di una farsa finita, sportivamente parlando, in tragedia. A furia di crisi, autunnali o invernali, che si materializzavano, puntuali, ad ogni nuova stagione, di allenatori a termine (nell’era Corbelli ha sempre pagato il coach di turno, durato, al massimo, un anno e mezzo), di aspettative puntualmente vanificate, di campagne acquisti criticabili, di feeling ai minimi storici con la tifoseria, il carrozzone andava, in un modo o nell’altro, fermato. E così, nel martedì più nero della recente storia dell’Armani, si sono via via rappresentate, sul palcoscenico di casa Olimpia, le cerimonie degli addii del general manager Gino Natali, del tecnico Zare Markovski e la messa in vendita del pacchetto di maggioranza da parte del presidente Giorgio Corbelli che resterà al suo posto fino a quando un acquirente non busserà alla sua porta con gli euro in mano. Un «beau geste» che fa onore a chi sa prendersi le proprie responsabilità ma inevitabile e, probabilmente, tardivo dopo una campagna acquisti emblematica con quei dieci giocatori mal assemblati, che nulla c’entravano gli uni con gli altri; significativa, da questo punto di vista, è l’esternazione fatta ieri da Corbelli: «L’allenatore ha fatto le sue scelte sulla campagna acquisti, il general manager le ha avallate». Giovedì comincia l’Eurolega, con la speranza che gli stravolgimenti societari e l’arrivo di Caja (che torna sulla panchina milanese), fungano, almeno, da elettroshock per una squadra che, indipendentemente dalle scelte estive sbagliate, ha dimostrato, sul parquet, un preoccupante atteggiamento mentale da «encefalogramma piatto», privata di un leader capace di trascinare i compagni nei momenti peggiori. Il futuro, per le «scarpette rotte» non è mai apparso così nero. E se il miracolo della risurrezione passasse da un Giorgio Armani presidente?