Carta Ue, due vie per il rilancio

Livio Caputo

Domanda da un milione di euro: la Costituzione europea bocciata la scorsa primavera dagli elettori francesi e olandesi è morta e sepolta, o soltanto ibernata in attesa di tempi migliori? Fino all'ultimo vertice europeo, la prima ipotesi sembrava la più verosimile: il rifiuto da parte di due dei sei Paesi fondatori dell'Unione era stato un tale shock per tutti, che ogni speranza di rilanciare il progetto sembrava utopistica. Sebbene la Carta fosse già stata ratificata da ben 14 dei 25 membri, i leader dell'Unione avevano perciò deciso di prendersi una pausa di riflessione di un anno, che ai più parve una specie di foglia di fico per una dichiarazione di fallimento.
Invece, dopo il vertice dello scorso dicembre, in cui l'Unione è riuscita, sia pure tra mille difficoltà, ad accordarsi sul bilancio 2007-2013 e a rimuovere così l'altro grande elemento di contrasto, la prospettiva è gradualmente cambiata. Angela Merkel, madrina del compromesso tra Francia e Gran Bretagna e autentica dominatrice dell'ultimo Consiglio, ha dichiarato in una intervista che «questa Costituzione contiene tante cose buone che sarebbe uno sbaglio abbandonarla» e lasciato intendere che, quando la Germania assumerà la presidenza dell'Unione l’1 gennaio 2007, rimetterà effettivamente in moto il processo di integrazione. Dal momento che la Merkel, eletta alla Cancelleria solo pochi mesi fa, sembra l'astro nascente in un firmamento pieno di leader sul viale del tramonto, come Chirac e lo stesso Blair, il suo intervento ha avuto un effetto rivitalizzante sullo schieramento europeista. Tutti gli «orfani della Costituzione», dal premier belga Verhofstadt al presidente della Commissione Barroso, hanno ripreso il tema, sottolineando ancora una volta che senza le riforme contenute nel documento l'Europa rischia non solo di contare sempre meno sulla scena mondiale, ma anche di diventare progressivamente ingovernabile.
Tra i primi a resuscitare il tema della Costituzione è stato il governo austriaco, che l’1 gennaio aveva rilevato la presidenza dell'Unione dalla Gran Bretagna con un programma centrato soprattutto sul problema dei Balcani: adesione di Romania e Bulgaria tra un anno e apertura ai cinque Paesi dell'area rimasti finora fuori dall'uscio: Croazia (cui è già stato riconosciuto lo status di candidato), Serbia, Bosnia, Macedonia e Albania. Immediatamente, tuttavia, si è acceso anche il dibattito sul modus operandi. Mentre il cancelliere Schuessel e il ministro degli Esteri Ursula Plassnik si sono allineati sostanzialmente alla Merkel, il vice cancelliere Gorbach ha dichiarato che, anziché resuscitare il testo già bocciato dagli elettori, sarebbe meglio rimettersi subito intorno a un tavolo per scriverne uno nuovo più agile e comprensibile.
Dato e non concesso che i Paesi euroscettici, Gran Bretagna in testa, non trovino il modo di bloccare il processo sul nascere, l'Unione si trova perciò di fronte all'ennesimo dilemma: puntare sulla possibilità che francesi e olandesi prendano atto delle mutate circostanze e cambino idea, o ripartire da zero ed affrontare tutte le incognite di un nuovo processo costituente. Un referendum-bis non sarebbe una novità assoluta, nel senso che è stato sperimentato con successo in Danimarca nel 1992 (Trattato di Maastricht) e in Irlanda nel 2001 (Trattato di Nizza), ma né Parigi, né l'Aia sembrano entusiasti di correre - almeno nel breve periodo - il rischio di un nuovo fallimento. La redazione di un documento nuovo di zecca comporterebbe, d'altro canto, la certezza di un nuovo scontro tra federalisti e minimalisti, con il pericolo di un compromesso al ribasso che congelerebbe poi la situazione per lunghi anni.
Si fa perciò strada l'idea di estrapolare dalla Costituzione i punti meno controversi - creazione di un presidente dell'Unione in carica per due anni e mezzo e di un ministro degli Esteri abilitato a parlare per tutti e snellimento del processo decisionale - e farne oggetto di un accordo intergovernativo non soggetto a referendum. Lo schiaffo agli elettori francesi e olandesi sarebbe meno plateale e si risolverebbero alcuni problemi urgenti. Altri auspicano un’iniziativa dei Paesi più propensi a procedere sulla strada della integrazione, nella speranza che gli altri seguano. Il dibattito, comunque, è già ripreso e, con buona pace della pausa di riflessione il tormentone «Costituzione sì, Costituzione no» ci accompagnerà anche nel 2006.