Carta Ue, Prodi rilancia ma nessuno lo ascolta

Il premier parla di veti se non si ripristina il vecchio documento Scintille con il centrodestra, che diserta l’incontro finale

nostro inviato a Strasburgo
Fa la voce grossa Romano Prodi. Lascia balenare addirittura la possibilità di veto italiano qualora non si ripristino appieno i principi della vecchia carta costituzionale già bocciata da olandesi e francesi, ma oggi fortemente discussa anche da britannici, polacchi, cechi, danesi. Dice davanti all’Europarlamento - che applaude, anche se l’aula è per lo più vuota (saranno un paio di centinaia su 700 eletti) - che Roma non è disposta «a giocare al ribasso» e che se qualcuno insiste nel suo niet, allora si realizzerà una «avanguardia» che darà vita alla «seconda velocità», come del resto già avviene per l’euro e la libera circolazione (Schengen) sul territorio europeo.
Paiono i suoi però, pochi attimi dopo, più ruggiti per la platea che decise scelte d’interdizione. Visto che davanti ai cronisti che gli chiedono chiarimenti, non nasconde che da parte sua si può anche rinunciare, soffrendo un po’, a «bandiera e inno della Ue», se il resto lo si mantenesse fermo. Che è un cedimento inatteso, visto che Londra da tempo martella sulla cancellazione dell’Inno alla Gioia e delle 27 stelle su di un blu carico. Leone in aula - dove gli europarlamentari presenti non aspettavano altro che battere le mani a chi si fosse proclamato defensor fidei dell’Unione -, belati fuori, accompagnati da mille auspici che alla fine una intesa la si trovi a giugno, nel consueto vertice che segnerà la fine della presidenza semestrale tedesca.
Il fatto è che Prodi - accolto in riva al Reno anche da una interrogazione sul suo possibile ruolo nella vicenda delle tangenti Siemens - ha poco da spendere oltre il suo possibile veto. Pensa alla doppia velocità, ma chi si potrebbe tirare dietro visto che Sarkozy insiste (lo ha ammesso il presidente Poettering, che l’ha incontrato qualche giorno fa) in «un trattato semplificato» e che la Merkel, giusto ieri a Berlino, ricevendo il danese Rasmussen, ha invocato proprio «un compromesso» come antidoto al fallimento? Berlino e Parigi, fino a qualche anno fa locomotive dell’unità, sono oggi freddine sui ministri degli Esteri unici, la presidenza stabile, la revisione del ruolo dei pilastri (commissione, governi, parlamento), per non parlare delle maggioranze da revisionare - abolendo l’unanimità - di cui i paesi dell’Est sono paladini.
Insomma, Prodi è arrivato in Alsazia indossando le vesti del crociato del sì alla Costituzione bocciata e secondo lui attualissima e già frutto di rinunce. Ma con sé si ritrova il Portogallo, il Belgio, forse la Spagna. Null’altro. Così si limita a fare la faccia feroce. Sperando che qualcuno gli dia una mano. Come del resto anche per il costituendo Partito democratico su cui, ha detto il premier italiano, «già cresce l’interesse di Strasburgo» per l’originalità del disegno.
Vero che tanto Schultz (Ps) che Watson (Alde, liberali) sono stati larghi di simpatia con Prodi, ma solo perché golosi d’inghiottire loro i resti dell’armata ulivista che si va disperdendo (giusto una settimana fa hanno lasciato la compagnia dei Ds Pasqualina Napoletano e Berlinguer, in quanto correntonisti). Dove si siederanno quelli del nascituro Pd? Prodi frena: «Prima si fa il partito, poi gli organi dirigenti decideranno». Ma intanto il presidente del Consiglio deve incassare anche la rivolta del centrodestra, ieri escluso da tutti gli appuntamenti col premier tranne un incontro finale. Antonio Tajani, capogruppo azzurro, ha letto una dichiarazione congiunta in cui lo si è accusato di essere «leader di parte» e non premier di tutti, visto che - a differenza di Napolitano - non ha voluto incontrare il bureau del Ppe, ha evitato ogni contatto con l’Uen (dove sono An e Lega) e ha discusso di temi ecologici con i soli rappresentanti della sinistra. Atteggiamento davanti al quale il centrodestra ha girato i tacchi, lasciando Prodi solo con i suoi. «Incredibile», ha osservato lui, critico. «Di incredibile c’è solo lui: uomo di parte, non sopra le parti», hanno replicato in coro Mauro, Zappalà, Muscardini e tutto il centrodestra.