A CARTE SCOPERTE

Pier Ferdinando Casini si dichiara pronto, nel caso che lo sollecitassero, a candidarsi per Palazzo Chigi. È pronto anche Gianfranco Fini e lo ha fatto sapere tramite il portavoce di An, Andrea Ronchi. Finalmente. Dopo una estenuante maratona di ammiccamenti, di sussurri, di dichiarazioni sibilline, di inviti a fare passi indietro o passi avanti o passi laterali, abbiamo un po’ di chiarezza. Marco Follini aveva gettato il sasso nello stagno e le acque non si sono richiuse, in apparente quiete dopo una momentanea increspatura, come troppe volte è accaduto. È successo qualcosa, qualcosa di forte, ed era ora.
Non se ne poteva più dei colpi bassi e a viso coperto che imperversavano nella Casa delle libertà. Le insinuazioni sul logorio di Silvio Berlusconi si sono trasformate, per fortuna, in un confronto aperto, come esige la democrazia. Dove le sfide sono bene accette e le stilettate nell’ombra sono invece intollerabili. Sappiamo che la politica ha risvolti oscuri, anche torbidi, perfino tenebrosi. Li ebbe nella Prima Repubblica, quando un leader del calibro di De Gasperi fu lavorato ai fianchi, per i più svariati e meno confessabili motivi, dagli amici di partito prima ancora che dagli avversari. Assistendo al lungo travaglio del centrodestra ho avuto in più di un momento l’impressione di rivivere esperienze passate, delle quali il Paese ha pagato le conseguenze.
Adesso gli equivoci dovrebbero essere stati dissipati. I concorrenti alla guida del governo si misureranno. Forza Italia ha forse avuto un torto. Quello di ritenere la leadership del Cavaliere così ovvia, così sicura, così condivisa da milioni di italiani, che non occorreva verificarne la tenuta. Era data per scontata e perenne. Tale rimase dopo la sconfitta delle Regionali, non perché mancasse la consapevolezza della sconfitta, ma perché nessuno, tranne il Cavaliere bravissimo nelle rimonte, era considerato in grado di cancellarla con un successo nel 2006 (alla Schröder per intenderci). Quella che nell’interpretazione di alcuni suoi fedeli era la sacralità dell’investitura di Berlusconi ha in fin dei conti facilitato il compito di chi gli scavava la terra sotto i piedi: senza l’obbligo di entrare nell’arena, o di farvi entrare un suo campione.
Il lungo surplace è finito. Se davvero si sentono in grado di competere con Berlusconi, ora e qui, Fini e soprattutto Casini possono dimostrare di poter essere nello stesso tempo alleati fedeli e competitori leali. Da adesso in poi Berlusconi - oscillante per mesi e mesi tra l’impazienza e la prudenza - può essere netto e più schietto, sempre.
Candidati alternativi devono avere, si suppone, non soltanto una più giovanile prestanza, ma anche programmi e progetti essi pure alternativi, e aggiuntivi. Se ci sono vengano enunciati e sostenuti. Gli elettori hanno il diritto di sapere non soltanto per chi, ma per cosa votano. Ciò che Berlusconi intende realizzare, e in parte ha realizzato - e che può non piacere, intendiamoci - è noto a tutti. Ci sono stati perfino atti notarili televisivi ad illustrarlo. I rivali devono pur scoprire le carte - a loro avviso migliori - di cui dispongono. Ma la richiesta di discontinuità è un po’ pochino per far cadere un presidente del Consiglio e per rimpiazzarlo con un altro, ovviamente discontinuo.
La Casa delle libertà può procedere verso le Politiche non dico nell’ottimismo di maniera ma, per usare un termine in voga, nella trasparenza. Si avvierà verso la prova della prossima primavera con il leader che gli italiani simpatizzanti per il centrodestra considerano migliore e capace di attirare i più vasti consensi. Berlusconi è sicuro del fatto suo, sicuro cioè di prevalere quale che sia l’esame cui la sua leadership sarà sottoposta. Talvolta l’ottimismo del Cavaliere è un po’ eccessivo, ma per quanto riguarda la sua idoneità a guidare il centrodestra mi par proprio che abbia ragione d’essere ottimista.