Le carte segrete dell’Antimafia svelano il mistero dei baby-killer

nostro inviato a Napoli
«Napoli è il luogo ove si confrontano, da decenni, enormi problemi e limitate capacità di risolverli». Sembra una frase scontata, la solita ovvietà, ma quanto riportato nei carteggi della Commissione parlamentare antimafia riassume alla perfezione lo stato dell’arte nel capoluogo partenopeo. Una città lastricata d’immondizia e cadaveri dove la situazione dell’ordine pubblico e della pubblica sicurezza non vanno più considerate un fenomeno emergenziale «avendo acquisito ormai con ogni evidenza il carattere della cronicità».
Camorra Spa
L’evolversi del fenomeno camorristico, con le sue faide sanguinarie per il controllo d’ogni tipo di business, lo insegna. Oggi la Camorra Spa è più efferata, frastagliata, polverizzata e pulviscolare rispetto alle organizzazioni classiche di un tempo, come la Nco di Cutolo, la Nuova Famiglia, la più recente Alleanza di Secondigliano. Droga, monnezza, appalti e fondi pubblici, riciclaggio, estorsioni, usura, prostituzione, rapine ai Tir, falso e contraffazione, scommesse clandestine, tratta di esseri umani, armi. Miliardi di euro, milioni al giorno. «La conseguenza è la stratificazione di un tessuto di crimine organizzato costituito da cellule, più o meno grandi e potenti, che esprimono analoghi interessi criminali e che periodicamente danno vita a conflitti feroci per il conseguimento del predominio territoriale».
A Napoli e nel suo hinterland il paradigma del rapporto mafia-politica è prassi laddove i controlli scarseggiano a fronte di enormi interessi: «L’evoluzione della criminalità organizzata napoletana procede in parallelo con l’inefficienza e la permeabilità del tessuto sociale che ha fornito ai sodalizi camorristici l’humus in cui proliferare sino alla realizzazione nel tempo di comitati politico-affaristici-mafiosi». Risultato? L’antistato è più forte dello Stato.
Piccoli criminali crescono
Tanti affari, tanti clan. A differenza di un passato nemmeno troppo lontano, la coesistenza nella stessa area di famiglie tradizionali, nuove espressioni delinquenziali organizzate e temporanee formazioni criminali sostanzialmente sprovviste di regole interne, «determina una condizione di estrema fluidità caratterizzata da scenari in evoluzione permanente». Oggi può essere pace, l’indomani mattina guerra. Dipende. Da molteplici fattori. Vi è oramai la tendenza dei clan più deboli a raccogliersi intorno ai «cartelli» più potenti e diffusi salvo cambiare strategia, tradire, allearsi con chi offre di più. L’estrema litigiosità all’interno dello stesso gruppo criminale è diventata una costante al pari dei picchi di violenza raggiunti allorché, i vecchi boss, usano il piombo per frenare le aspirazioni degli aspiranti successori.
Ma quel che impressiona leggendo i carteggi della commissione parlamentare «è l’impiego sempre più frequente di minori, non solo nei tradizionali luoghi logistici (messaggeri, sentinelle, spacciatori al minuto) ma anche nelle attività più cruente e rilevanti dei clan (riscossione del provento delle estorsioni, spostamento di armi e esplosivi, persino omicidi)». C’è un motivo, strategico. «La non punibilità degli infraquattordicenni e la più mite disciplina sanzionatoria prevista per gli infradiciottenni costituiscono formidabili incentivi al loro coinvolgimento». E c’è un altro motivo, diciamo così, più naturale. Ed è quello - secondo una recente relazione del procuratore capo di Napoli - dell’appartenenza dei giovani delinquenti «a nuclei familiari affiliati ai clan, la mancanza di lavoro, il guadagno facile». Soldati a tempo pieno, studenti a tempo perso. E l’andazzo ha fatto scuola. Come evidenziato dalle relazioni dei carabinieri sulla mattanza dell'anno scorso fra Scampia e Secondigliano, il depauperamento della capacità militare di uno dei clan in lotta, ha indotto Cosimo Di Lauro, figlio del ferocissimo Paolo noto come Ciruzzo o milionario, a rimpolpare i ranghi del suo esercito «assoldando manovalanza nel bacino delle centinaia di giovanissimi emarginati e disoccupati (soggetti disperati nella icastica definizione della procura di Napoli) che vivono in uno dei più degradati rioni della regione, il Terzo Mondo, disposti a qualunque efferatezza in spregio totale della vita umana in cambio di una dose di cocaina o di qualche centinaia di euro», trecento al massimo.
L’asse con gli albanesi
Uno strappo alla regola che ha creato problemi non solo agli inquirenti impegnati in difficili investigazioni «poiché gli omicidi - ha spiegato in commissione il comandante provinciale dell’Arma - vengono perpetrati da minori o comunque da ragazzi che hanno massimo 18 anni, anche per questo incensurati, e comunque, fino a quel momento ignoti o quasi alle forze dell’ordine». Problemi ci sono stati, infatti, anche per il cittadino qualunque estraneo alle logiche delle ritorsioni assassinato lo stesso, ovviamente per sbaglio, perché a sparare è uno scugnizzo inesperto o perché la mira è annebbiata dallo sballo. Ma non è saltata solo la regola del tossico inaffidabile o del baby killer. Stando all’organismo bicamerale d’inchiesta, è mutato il rapporto, un tempo assolutamente ostile, fra criminali stranieri dediti allo spaccio e i gruppi mafiosi più feroci che imponevano loro un pizzo su qualsiasi attività: «Oggi si assiste a veri e propri accordi di affari dove alcuni immigrati clandestini sono divenuti fornitori all’ingrosso di droga dei clan.
Le associazioni per delinquere albanesi, ucraine, nigeriane sembrano essersi affrancate dal loro ruolo subordinato precedentemente rivestito ed hanno potenziato la loro autonomia criminale nei settori della prostituzione e tratta di esseri umani». Segnala il Ros: «La mafia albanese ha allacciato stabili rapporti di affari con clan di rilievo di Torre Annunziata», come i Gionta di Gaetano ’o tappo divenuti famosi per la faida con i Gallo-Cavaliere-Falanga dati per vicini al defunto Luciano Loffredo detto ’o charlottiello, vendicato tre giorni fa a Torre del Greco con due cadaveri a ridosso della caserma della finanza.
Il business «pulito»
Su Napoli e dintorni opera dunque un vero e proprio esercito, privo di un assetto unitario e verticistico sul modello di Cosa Nostra, «in cui migliaia di capoclan, capozona, killer, gregari e manovali del crimine sono quotidianamente mobilitati nella lotta per l’affermazione delle rispettive pretese in ordine alla spartizione di diverse centinaia di milioni di euro l’anno». La Dda ha stimato in 250mila euro al mese il solo mantenimento, per ogni clan, delle famiglie degli associati. Stipendi regolarmente pagati ogni mese, come da posto fisso. All’epoca d’oro dei Di Lauro - annota l’Antimafia - ognuna delle 21 piazze deputate allo spaccio d'eroina ricavava 50mila euro a settimana. Un fiume di denaro che tutti i clan riciclano in leciti commerci. La famiglia Licciardi-Contini si è garantita il controllo di società manufatturiere e la produzione di capi d’abbigliamento con marchi contraffatti convogliando il tutto in una strategia internazionale con punti vendita in ogni angolo del pianeta. Sui falsi il mercato parallelo più prolifico d’Europa si dipana nelle immediate vicinanze del capoluogo, con centinaia di aziende fai-da-te tra Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, Palma Campania. C’è chi per ripulire e ripulirsi ha puntato sui supermercati, sulle barche, su giocattoli e videogames, se non sul software taroccato. Chi sul mattone come i Beneduce di Pozzuoli mentre i Cesarano a Pompei si concentrano sulle aziende florovivaistiche, rivendita di auto, gestione di bar e ristoranti, produzione di coralli.
L’arte del riciclaggio
A ognuno il suo, nulla scappa alla Camorra che si preoccupa finanche di far commercializzare solo prodotti di cui detiene la rappresentanza esclusiva. Dal reclamizzato panettone natalizio al latte fresco di Cragnotti, dal caffè ai Quartieri Spagnoli alla farina su Ercolano, dai prodotti caseari imposti ai ristoratori di Ponticelli e Mergellina fino alle casse di pescato in quel di Sant’Antonio Abate. Per riciclare capitali mafiosi si ricorre addirittura alla gestione degli spettacoli, dei concerti in piazza, delle feste patronali. Ma quel che muove l’economia illegale è sempre ed essenzialmente lei: la droga. Per questo hanno ripreso a scannarsi al rione Sanità e in provincia. La città è in armi, letteralmente spaccata a metà. In centro e nei quartieri occidentali comanda il quadrumvirato dei Misso-Mazzarella-Sarno-Di Lauro che può contare sui clan De Biasi (Quartieri Spagnoli), Alfano (Vomero), Grimaldi (Soccavo), Sorprendente-Sorrentino (Bagnoli) e Lago (Pianura). Di là è il trio Licciardi-Contini-Lo Russo a spopolare spalleggiato da quel che resta dell’Alleanza di Secondigliano, con i Maliardo (Giuliano), Aprea-Cuccaro (Barra), Capodimonte (Miano), D’Ausilio (Bagnoli), Caiazzo (Vomero), Torino (Sanità). Tutti contro tutti, un agguato dopo l’altro. Vedi Napoli, e poi muori.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it