Una cartella dopo l’altra l’importante è fare Bingo

Maria Vittoria Cascino

Un'occhiata di striscio, la falcata dei giorni di lavoro e la perdi di vista. Un pomeriggio dopo l'altro. Tant'è. Senza chiasso, discreta, il trucco rifatto. Che lì c'era il cinema Augustus. Sparito. Le vetrate sono le stesse, il neon che spara e il silenzio. Butti un occhio, l'appuntamento è davanti alla sala Bingo. Scorri gli strilloni, leggi qualche titolo. Non arriva. Ti fissi sull'insegna: Bingo Augustus. Che l'idea non t'ha mai sfiorato, però, adesso… Sarà che ce l'hai davanti. Ti ritrovi a fissare chi entra. E sono tanti. Uomini soli, donne a braccetto, badanti con anziani. Tutti infilano la porta a vetri, magari sostano nell'atrio vuoto per qualche minuto, poi spariscono su per le scale. Allunghi il collo, che li perdi, e perdi anche l'equilibrio quando incroci gli occhi del signore dietro il bancone. Che ha appena messo giù la cornetta e ti fissa. Come non detto. Meno male che Donatella arriva. Tant'è questo Bingo. Un flash sulle pagine di cronaca, pensi ai titoli: «lasciano la bimba in auto per una partita al Bingo» o «gioca al Bingo e si dimentica del figlio di quattro anni». Possibile? Pare di sì a giudicare dalla gente che divora l'ingresso. Il tema è nazional-popolare e tu non sai neanche come si gioca. Lo shopping può attendere, che la lacuna va colmata. Che quando ricapita di trastullarti in meditazioni sul Bingo per quasi mezz'ora davanti ad una delle sue frequentatissime sale. Convinci dell'urgenza Donatella, che neanche s'era mai posta la domanda di cosa spinga tutta quella gente in un sabato di sole a ficcarsi dentro. Vabbè. Segui la corrente.
Il signore, quello dell'occhiata, ti stoppa. «Dovete aspettare che termini la partita in corso. Solo un paio di minuti». Allora ne approfitti, gli dici che è la prima volta, se puoi avere qualche dritta. «Basta fare cinquina o Bingo. Tutto lì. Andate adesso che c'è il super. Fate presto!». Una signora, anziana, ti sorpassa in corsa sulle scale. Altre due con passo sostenuto, seguite da un signore distinto chiedono permesso e s'infilano. C'è il super, accidenti!
Sala ovattata e tabelloni luminosi a dare i numeri. La voce di una fanciulla a scandire l'estrazione, Rapida, incalzante, che non vola una mosca. Giri su te stessa per puntare il tabellone più vicino. Stringi gli occhi. Macchè. Devi drizzare le orecchie, non c'è il tempo di distrarsi. E il tempo qui è denaro. Neanche t'appoggi ad un tavolo che una giovane in corsa piomba gentile ad offrirti cartelle, una due, quante ne vuoi. Chiedi una pausa, che il ritmo è serrato e tu devi ancora capirci il verso. La sala è piena, continuano ad arrivare uomini e donne, si siedono e giocano. Ci sono molti sudamericani: donne senza età, i volti truccati con cura, gli uomini che le raggiungono dopo. Fanno gruppo a sé, non si mischiano.
Il banco centrale è in fondo alla sala, il tabellone enorme alle spalle che registra quote, guadagni, giocate, numeri estratti. Tutto in tempo reale, persino le palline che schizzano nell'urna meccanica. Le teste piegate sulle cartelle crescono. Un euro, una cartella. Vicino hai madre e figlia. Disappunto e cartelle accartocciate in centro tavolo. «Neanche una cinquina». Ti scappa un «possibile?». Apriticielo. «Ci provi lei» la madre ti fulmina. Ottant'anni tutti, che se le togli il Bingo guai. «Oggi non gira». Silenzio.
La partita deve ancora iniziare, le signorine stanno volando a distribuire la sorte. Ecco che arrivano: «Cinque per me e cinque per mia figlia» dice lei. Il giovane uomo di fianco ne prende quattro e tu una. Partono i numeri, sei talmente tesa che gli occhi s'incrociano, perdi il filo, cerchi aiuto sui tabelloni, ma c'è il computer sul tavolo… poi uno grida «cinquina». La signorina vola e gli piazza un trofeo sul tavolo. Verifica. Ok, si procede. Altri numeri, altra tensione, fino all'urlo liberatorio di «Bingo», seguito da delusione corale. Il tutto sfuma in un paio di minuti, euro compreso. La vecchia è sempre più nervosa, il signore dice che più di venti euro non spende, vada come vada. Ai tavoli i clienti girano, la sala fumatori sa di vissuto, che la sigaretta scioglie i nervi magari accompagnata da caffè e beveraggi. Tutti concentratissimi dietro a quindici numeri. Un altro mondo. Curioso. In cui entri sapendo di non avere niente a che spartire, ma che ti piace sfiorare.
C'è l'altra sala, quella di Piazza Dante: Bingo Grattacielo. Fu cinema. Scale mobili in legno che riempiono di odori lontani, mosaici d'una classicità perduta e poi lei. La sala piena del Bingo. Stessa impostazione, stessi ritmi. Scegli l'ultimo tavolo, l'occhio a coglierla in lungo e in largo. Ci sono parecchi giovani, per lo più sudamericani. Ci sono famiglie con ragazzini che sbadigliano allungati sulle sedie. E c'è una signora anziana. L'aspetto modesto, occhiali, capelli grigi raccolti, il golfino abbottonato sul colletto candido. È sola. Ha acquistato tre cartelle. Le tocca, le gira con movimenti ripetitivi, batte tre volte su ognuna quasi a compiere un rito. I numeri partono. Fissi lei che fissa le cartelle, la penna veloce a cancellare le cifre estratte: «bingo». Ce l'ha fatta. Altri riti di ritorno. Raccoglie dal vassoio la somma vinta, l'infila nella borsetta e si allontana.
Un altro mondo davvero. Quello che incuriosisce le tue amiche snob, che alla fine preferiscono altri salotti. «Potrei dirlo a papà» se ne esce Donatella. Ma non è una questione d'età. Qui vieni, ti siedi, giochi, ti fermi anche se non giochi, osservi, conosci. E l'adrenalina viaggia, perché non sarà il casinò, ma il tuo euro accidenti se è carico di tutto. Una parola scambiata, un appuntamento al prossimo sabato quando i figli non stanno lì a chiederti dove vai, una sigaretta fumata senza l'eco del ti fa male. E al soddisfazione, quella non ha età, di vincere. Magari qualche centinaio di euro, magari niente. Annusando la sorte. Che fosse la volta buona.