Carter e Hamas: tanto rumore ed era un bluff

Se non ci fossero gli egiziani, che secondo il giornale del Cairo Al Ahram, hanno fatto alcuni passi avanti nel trattare con Hamas per un cessate il fuoco, la situazione fra Israele e Hamas sarebbe completamente ferma. Ma l’imminente arrivo a Gerusalemme di Omar Suleiman, il potente ministro per la Sicurezza di Mubarak, con la proposta di una tregua immediata e la discussione sul rilascio di prigionieri politici poi, fa apparire ancora più miseri i risultati del viaggio di Jimmy Carter in Medio Oriente. Al contrario dei laboriosi incontri sotterranei degli egiziani (che hanno armi per blandire e contenere i pericolosi vicini di Gaza), la «missione privata» di Carter presso il capo di Hamas Khaled Mashaal ha trovato la sua pietra tombale in due semplici enunciazioni.
La prima è del capo dell’ufficio per la Sicurezza del ministero della Difesa israeliano, l’imponente e ascoltatissimo ex generale Amos Gilad: «Hamas non ha detto niente di nuovo. Carter ha chiesto un mese di tregua unilaterale ma Mashaal ha rifiutato la richiesta e non ha presentato le sue condizioni per il cessate il fuoco». La seconda sentenza di morte per il risultato dei colloqui è del portavoce di Hamas Sami Abu Zukri, che all’affermazione di Carter secondo cui Hamas andrebbe a un referendum sulle decisioni di pace eventualmente prese da Abu Mazen, ha replicato che semmai il referendum dovrebbe essere fatto, figuriamoci, fra tutti e 9 i milioni di palestinesi che risiedono in varie parti del mondo e ha aggiunto: «Non ci sentiremmo comunque obbligati a accettarne poi i risultati. Ogni accordo sarebbe comunque temporaneo finché tutte le nostre terre (ovvero Israele, ndr) non siano state restituite». Insomma, Hamas è, ovviamente, restata della stessa opinione che ne garantisce la popolarità e il potere, oltre che il nutriente rapporto con l’Iran: è sempre devota alla distruzione di Israele, come stabilisce la sua carta costitutiva. Di fatto, dunque, la gita del presidente Carter a Damasco per incontrare il leader dell’organizzazione terrorista, si è conclusa con un solo punto a favore dell’ex presidente Usa: la promessa di una lettera scritta di pugno da Gilad Shalit, il soldato da più di due anni ostaggio di Hamas. Per il resto, dice Ehud Ya’ar, il più importante arabista israeliano, Carter ha solo fatto una cortesia di immagine a Hamas, permettendogli di far balenare in tempi di grandi difficoltà il miraggio di una tregua basata su cose impossibili, come il ritorno totale ai confini del ’67, che ormai neppure i più estremisti fra i palestinesi prendono in considerazione; la richiesta della messa in libertà di terroristi di alto profilo che i tribunali israeliani hanno condannato per omicidi plurimi; la possibilità di ribadire, in definitiva, la propria irriducibilità e quindi di trascinarsi dietro l’opinione pubblica palestinese a detrimento di Abu Mazen e di una prospettiva di pace basata sul riconoscimento di Israele.
È difficile capire fino in fondo perché Carter, il presidente insignito del Premio Nobel dopo essere stato il mallevadore dell’accordo di Camp David del 1979 fra Menahem Begin e Anwar Sadat, abbia scelto di provare ad essere il Lawrence d’Arabia del terrorismo. Ma si può leggere la sua scelta psicologicamente e politicamente così: Carter teme di finire sui libri di storia come il titubante presidente che si tirò indietro durante il rapimento dei cittadini americani durante la rivoluzione khomeinista e desidera lasciare ai posteri un’immagine che ne riscatti il ruolo in Medio Oriente. In secondo luogo i suoi scritti e discorsi sulla questione mediorentale non rilevano le responsabilità dei palestinesi, e mettono il terrorismo alla stregua della reazione difensiva israeliana. Quanto ad Hamas, il motivo della sua disponibilità a incontrare Carter, oltre a quello delle public relations e della legittimazione, è un profondo malessere, una spaccatura interna fra Mashaal, l’ex ministro degli Esteri Al Zahar e il presidente Hanjeh, che ondeggiano fra irriducibilità e falsa flessibilità