CARTESIO Discorso sul metodo epistolare

Giovanni Reale dirigeva la sezione antica della collana di classici della filosofia che curavo, a suo tempo, per Rusconi. Già allora mostrava le sue doti, ma ora che si è messo con Bompiani direi che sono esplose. Ha la capacità di far preparare, pubblicare e (quel che è più) vendere in pochissimo tempo una quantità di libri di filosofia (compresi i propri). Nel luglio di quest’anno, per fare un esempio, sono usciti l’Alcifrone di Berkeley, la Teodicea di Leibniz e un saggio di Reale sul Convito platonico. Tutto in un mese.
Il pezzo forte, però, è l’epistolario di Descartes: Tutte le lettere 1619-1650 (Bompiani, pagg. LVIII-3104, euro 48, testo francese, latino e olandese a fronte; a cura di Giulia Belgioioso). Il prezzo di 48 euro è ciò che dovrebbe più far riflettere gli editori di professione (Giovanni Reale è ordinario di filosofia antica all’Università Cattolica di Milano), perché non c’è ancora stato un Ford dell’editoria che praticasse prezzi così bassi. Né si tratta di una «bolla», perché dura da troppo tempo, perfino all’estero (ad esempio in Russia).
L’epistolario cartesiano fu già incluso nell’edizione Adam e Tannery (1897-1913), ma poi subì innumerevoli rettifiche e integrazioni. Altre ne subirà ancora, perché c’è «molto da scavare nelle biblioteche nederlandesi e in archivi anche fuori dai Paesi Bassi» (pag. XXXI). E l’attuale edizione ci dà perfettamente conto dello «stato dell’arte», a cui contribuisce essa stessa non poco, per un pensiero come quello di Descartes che «si costituisce in risposte» (pag. XXXIX da Jean-Luc Marion, 1966). Caso analogo, di pensiero che si costituisce in «risposte», quello di Leibniz, le cui lettere sono però almeno dieci volte più numerose e non usciranno in edizione definitiva neppure per i miei nipoti.
Le lettere sono giustamente ordinate per data, ma è facile seguire il filo del pensiero con ciascun interlocutore, si tratti di un religioso o di un matematico, di un diplomatico, di un uomo di mondo. Ogni volta Descartes ci appare diverso. Come tutti sanno, era molto prudente, non voleva fare la fine di Galileo (a Mersenne, febbraio 1634) e rinviò la pubblicazione di scritti che implicavano il moto della Terra. Ma, nonostante il suo desiderio di fruire «della quiete e tranquillità dell’animo», che sono i soli beni a nostra disposizione (pensiero neostoico: pag. 258) fu coinvolto in un processo per ateismo nella libera Olanda. Ne uscì bene, ma occorrerà aspettare Augusto Del Noce per capire come mai il suo pensiero possa giudicarsi tanto un’apologia del cristianesimo quanto la radice della corrente ateistica dell’Illuminismo (La Mettrie, D’Holbach). Nel grande teorico dell’evidenza intellettuale c’è un’ambiguità irrisolta. Cauto in metafisica, Descartes fu sempre «irascibile e ambizioso» - contro le sue intenzioni - in fisica e in geometria, sicché entrò in conflitto con specialisti più esatti di lui, ad esempio Fermat. Fu amico di Huygens, ma invidioso di Vieta a cui qualcuno osava far risalire l’invenzione della geometria analitica. A forza di insistere sulla propria capacità di vedere le cose come stanno, Descartes riuscì per un secolo, sul continente, a restare maestro indiscutibile di ogni scienza. Solo andando in Inghilterra Voltaire troverà un mondo visto con gli occhi di Newton e non di Descartes. Oggi, però, di Descartes sono rimaste fondamentali solo le coordinate cartesiane (la capacità di rappresentare in ogni istante il moto di una mosca con la sua distanza dai tre spigoli di una stanza: così si dice che le abbia inventate). La sua concezione del mondo, però, e ancor più della vita, per fortuna, conta pochi seguaci (uno era l’amico di Popper, sir John Eccles). Basti dire che, secondo lui, gli «animali bruti» - inclusi i cani, le scimmie, i cavalli - non hanno nessun tipo di anima, né, quindi, sensibilità. Disponibili per la vivisezione. Oggi perfino in Francia con Jean-François Revel, è ritornata l’opinione di Pascal che Descartes non sia neppure da condannare: che sia soltanto inutile.
Indubbia, però, la grandezza di Descartes come scrittore. Lo si vede anche nelle lettere, per la capacità di includere in ognuna una adulazione, qualche notizia e una verità di ordine generale. Questo fa con tutti, con uno stile a volta a volta diverso. La corrispondenza con Cristina di Svezia purtroppo fu breve perché, andato a Stoccolma per erudire la regina in filosofia, Descartes ne tornò poco dopo cadavere, per il freddo. Ma si veda con quale grazia e delicatezza corrisponda con Elisabetta di Boemia, che non gli è da meno.
Il segreto di Giovanni Reale editore filosofico? Un dono degli dei, ma anche la capacità di circondarsi di collaboratori eccellenti. Per questo epistolario ne troviamo elencati una trentina, sotto la guida di Giulia Belgioioso, corrispondente di Jean-Robert Armogathe, della École des hautes études di Parigi.