Un cartone sulla strage dei palestinesi

<em>Valzer con Bashir</em> è un film animato, finanziato dallo Stato israeliano, che racconta il dramma di Sabra e Chatila

Roma - Ari Folman ha 46 anni, l'orecchino al lobo sinistro, una folta barba bianca. Una faringite l'ha reso temporaneamente afono. Scandisce a fatica: «Il mio è un film contro la guerra e sulla memoria perduta di molti soldati colpiti, come me, da stress post-traumatico». Il suo trauma si chiama Sabra e Chatila. Nella Beirut del febbraio 1982 i falangisti cristiano-maroniti si scatenarono contro i rifugiati palestinesi, raccolti nelle due bidonville, per vendicare la morte del loro leader, il carismatico Bashir Gemayel, appena eletto presidente del Libano. In tremila, molti i bambini, furono massacrati nel corso di 72 ore, senza che l'esercito israeliano intervenisse. Folman, allora diciottenne, era uno dei soldati agli ordini di Sharon.

Esce domani Valzer con Bashir, il cartone animato israeliano che probabilmente contenderà a Gomorra l'Oscar per il miglior film straniero. Sì, un cartoon: per adulti, toccante e mai fazioso, quasi un viaggio psicoanalitico dentro un'amnesia individuale e collettiva insieme. Non sorprende che lo Stato l'abbia coprodotto, pur narrando il film, nei suoi 87 minuti, una pagina di storia tutt'altro che gloriosa. Passa anche di qui la differenza tra Israele e i nemici che lo vorrebbero cancellare dalle carte geografiche.

Il titolo allude a un episodio che ha del surreale. Sotto il tiro incrociato dei cecchini, un fante ebreo cominciò a sparare all'impazzata, piroettando per strada, quasi fosse una coreografia. Ma il vero protagonista è Ari. Nei disegni di David Polonsky appare maturo regista e giovane soldato. Un po' ricorda Edward Norton. Si parte dall'oggi, dalla memoria oscurata e rimossa, per tornare all'inferno di quel 1982, ai bagliori e ai fragori della missione in Libano. Difficile non pensare ai combattimenti di questi giorni a Gaza. Sostiene il regista: «Niente di realmente serio è stato fatto, in termini di trattative reali e negoziati seri, per evitare la guerra. Così la parola è tornata alle bombe. Sono critico verso il mio governo e verso l'altra parte. Chi detiene le armi non vede la sofferenza della gente, gioca alla guerra come fosse una partita a scacchi. Una giustificazione - religiosa, ideologica, razziale - si trova sempre».
Folman lo sa. Aver combattuto in Libano l'ha aiutato a realizzare il film. «Io racconto questa storia come l'ho vissuta, dal mio punto di vista. I soldati israeliani non parteciparono al massacro, nessuno di noi sparò. Ma il governo certo sapeva». Simpatizzante di Obama, che vede come «una speranza ebrei e palestinesi», il regista evoca con finezza lo stato d'animo di un soldato neanche ventenne, impreparato e superarmato, spedito a combattere un nemico insidioso. Prima dei titoli di coda l'animazione lascia il campo a 50 secondi di immagini vere, spaventose: il ritorno dei profughi a Sabra e Chatila. Perché? «Volevo che, uscendo dal cinema, nessuno pensasse di aver assistito solo a un bel film d'animazione», precisa Folman.