«Casa Bianca ora costretta a dialogare con l’Iran»

Il politologo americano Michael Carmichael vede in arrivo grossi cambiamenti. E indica su chi puntare tra i democratici: Howard Dean

«È un voto storico perché chiude l’era iniziata l’11 settembre. Dopo cinque anni l’America ha deciso di non lasciarsi più condizionare dalla paura, ma di tornare ad avere fiducia». All’indomani delle elezioni che hanno consentito ai democratici di conquistare il Congresso, Michael Carmichael, uno dei più reputati strateghi politici americani, oggi presidente dell'associazione Planetary mouvement e dell'Oxford centre for public affairs, ritiene che i paradigmi a cui ci eravamo abituati non siano più validi. «Le dimissioni di Rumsfeld sono il sintomo di una trasformazione molto più profonda», dichiara in questa intervista concessa al Giornale.
Che cosa cambia per i repubblicani?
«È una rivoluzione. L’ala tradizionalista ha deciso di estromettere i neoconservatori sia dal vertice del Partito sia dal governo americano. Di fatto ha messo sotto tutela Bush e Cheney, che ovviamente mantengono il potere, ma verranno attorniati da nuove figure di riferimento».
Chi in particolare?
«L’ex ministro ai tempi di Bush senior, James Baker. È lui che presiede, assieme al democratico Hamilton, la commissione sul futuro dell’Irak, lui che in queste ore suggerisce le nuove nomine al presidente».
Come quella di Gates alla guida del Pentagono?
«Gates fino a due giorni fa lavorava in quella commissione. È un fedelissimo di Baker. Ed è un uomo dell’establishment: ex capo della Cia, ex membro del consiglio di amministrazione dalla Science Applications International Corporation, una società che ha ricchi contratti con il Pentagono e che ha fornito il software per il voto elettronico».
Ma in politica estera cosa cambierà?
«James Baker è pragmatico e multilateralista, come ha ha già dimostrato con il suo progetto federalista sull’Irak. Ma nella sua agenda c’è tutto il Medio Oriente e in particolare Iran e Siria. Addio maniere forti; la Casa Bianca cercherà di avviare negoziati diretti, soprattutto con Teheran».
E dimenticherà la questione del programma nucleare?
«No, momentaneamente verrà messa da parte. Anche perché dopo l’annuncio che altri sei Paesi mediorientali vogliono costruire centrali atomiche, la questione assume un’altra rilevanza. La priorità diventa il dialogo».
Cambiamenti anche in politica economica?
«La vecchia guardia dei repubblicani vuole un governo piccolo e finanze pubbliche in salute, mentre Bush ha ampliato i poteri del governo e generato un deficit colossale».
E i democratici che ruolo avranno?
«Con Baker il dialogo sarà molto più facile. Ma i democratici, controllando le commissioni, vedono aumentare considerevolmente le possibilità di controllare l’operato dell’esecutivo. Insomma, Bush avrà meno libertà d'azione».
E in vista delle presidenziali?
«Tra i democratici aumentano le chance di Hillary Clinton, che però avrà molti rivali tra cui Obama. Tra i repubblicani Bush perde la possibilità di imporre un candidato a lui gradito. Il suo partito dovrà puntare su McCain o su Giuliani; ma per loro non sarà facile, considerato il nuovo clima nel Paese».
I democratici però sembrano ancora senza un vero leader. Non rischiano di dividersi ancora una volta?
«Invece un leader c’è. È il presidente Howard Dean. È stato lui l’architetto della vittoria al Congresso. Elaborando la strategia dei cinquanta Stati ha deciso di fare campagna a tappeto anche negli Stati conservatori e di puntare a fondo su Internet. E anche nel 2008 sarà lui il vero regista, l’uomo squadra che finora mancava».